1
In questa sede abbrevio i titoli rispettivamente Redoble, Garabombo, Jinete, Agapito, Tumba. In Italia le opere di Scorza sono pubblicate da Feltrinelli. Per una bibliografia completa su Scorza, si veda Friedhelm Schmidt, «Bibliografía de y sobre Manuel Scorsza», Revista de crítica literaria latinoamericana, XVII, 34 (1991), pp. 273-86; id. «Bibliografía de y sobre Manuel Scorza: nuevas aportaciones» e Cecilia Escorza, «Suplemento a la bibliografía sobre Manuel Scorza», Revista de crítica literaria latinoamericana, XIX, 37 (1993), rispettivamente pp. 355-9 e pp. 361-4.
2
Cosí ad esempio è indicato in Dario Puccini, «Manuel Scorza, el cronista de la epopeya india», Revista de crítica literaria latinoamericana, XI, 23 (1986), pp. 63-71.
3
Tutti e cinque i romanzi narrano episodi delle ribellioni delle comunità contadine indie nelle Ande centrali tra i primi anni '50 e il 1962. Il piano complessivo dell'opera è posteriore all'uscita delle prime due baladas; Scorza però impostò un impianto organico individuabile se non altro nell'unità tematica e nella identità dei personaggi. La critica posteriore al completamento del ciclo, anche nei casi in cui si occupa di aspetti specifici di questo o quel romanzo, considera La guerra silenciosa nella sua globalità.
4
Le citazioni si riferiscono alle prime edizioni Plaza y Janés (1984 per le prime quattro; 1988 per Tumba).
5
Per uno studio piú approfondito della struttura di questi primi due romanzi, cfr. Cesare Acutis, «Manuel Scorza: il mito e la storia», Nuovi argomenti n. 38-39 (1974), pp. 175-87 e in Scritti, a cura di Angelo Morino, Alessandria, Dell'Orso, 1990, pp. 57-66.
6
Alcuni temi sono assenti in questa sede. In particolare, la questione del «neoindigenismo» di Scorza e l'aspetto mitico delle sue opere. Il primo argomento è trattato tra gli altri da Friedhelm Schmidt, «Redoble por Rancas de Manuel Scorza: una novela indigenista», Revista de crítica literaria latinoamericana, XVII, 34 (1991), pp. 235-47 e da Antonio Cornejo Polar, «Sobre el "neoindigenismo" y las novelas de Manuel Scorza», Revista iberoamericana, L, 127 (1984), pp. 549-57. L'elemento del mito, considerato un po' da tutti i critici, è messo a fuoco in particolare in Luisa Pranzetti, «Elegia e rivolta nei cantari di Manuel Scorza», Letterature d'America, n. 6, 1981, pp. 89-107; Acutis, cit.; Roland Forgues, «El mito en La guerra silenciosa de Manuel Scorza», in AA. VV., Manuel Scorza, L'homme et son œuvre, a cura di Aferpa-Girdal, Bordeaux, Maisons des Pays Ibériques & Université de Bordeaux III, 1985, pp. 33-53; Roland Forgues, La estrategia mítica de Manuel Scorza, Lima, Cedep, 1991; Jorge Yviricu, «La metamorfosis en dos personajes de La guerra silenciosa de Manuel Scroza», Revista de crítica literaria latinoamericana, XVII, 34 (1991), pp. 249-59; Ada María Teja, «El mito en Redoble por Rancas: su función social», Annali dell'Istituto Universitario Orientale. Sezione romanza, XX, 1 (1978), pp. 257-78.
7
Questa frase è curiosamente assente nell'ed. Plaza y Janés. La traggo dall'ed. Monte Ávila (p. 21). Non ho compiuto un raffronto sistematico tra le edizioni; traggo però da questa osservazione l'auspicio di un'edizione critica di La guerra silenciosa.
8
Cfr. Lore Terracini, «La violenza
reale: i codici del silenzio», in Codici del
silenzio, Alessandria, Dell'Orso, 1988, pp. 13-23. A p. 19:
«Un caso per tutti: la realtà
viene sì straniata e distorta, ma chi trae profitto dalla
distorsione viene subito individuato; quando la nocività
della miniera colora di rosso, verde, giallo, ecc. le facce degli
operai, sono la multinazionale, il vescovo e il prefetto a
proclamare subito i vantaggi che questo porterà al turismo e
alla morale»
.
9
Cfr. Jinete, p. 175
(già citato). Lo stesso capitolo finisce cosí:
«Me acordé
de un alcalde de indios que conocí en Ancash, un tal
Atusparia, quien también padecía por sus ojos
abiertos. Lo envenenaron quienes debían custodiarlo. Creo
que así murió. Muerto ya, en vano quisieron coserle
los párpados. Sus rebeldes ojos no se rindieron.
¿Qué estará mirando, ahora, debajo de la
tierra? ¿Qué miraré yo cuando de mí
sólo queden mis ojos, estos ojos que no se hartan de mirar
-generación tras generación- los mismos reclamos, los
mismos quebrantos, los mismos abusos, los mismos engaños,
los mismos desalientos?... El río Pucush, ahora extinto,
cambió muchas veces de curso. ¡Lo único que no
cambia de curso son nuestras penas!»
.
10
Cfr. Acutis, cit., pp. 61-62.