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Le questioni qui discusse erano state oggetto di una precedente esposizione orale al Seminario del Dipartimento di Studi Romanzi (Roma) il giorno 13 gennaio 1989. Ho sostanzialmente mantenuto lo stesso schema espositivo di allora, pensato per un pubblico di studenti italiani, cercando tuttavia di trasferire in nota almeno una parte del corredo informativo. Per quella dose di «didatticismo» che comunque resta all'impostazione iniziale del lavoro chiedo ora venia al lettore specialista.
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Questa interpolazione, come si sa, distingue (accanto ad altri punti ritoccati) la primitiva redazione del testo in 16 atti, denominata Comedia de Calisto & Melibea, da una seconda redazione del testo che aumenta gli atti da 16 a 21 e che si denomina questa volta Tragicomedia de Calisto y Melibea. L'inserto avviene nel bel mezzo dell'Atto XIV, proprio nel momento culminante dell'azione drammatica, che viene così «diluita» e interrotta da nuovi personaggi e da nuove prospettive temporali. Il nostro brano pertanto non risulta nei testimoni a noi noti della redazione in 16 atti, datati rispettivamente 1499, 1500 e 1501, ma solo in quelli della tradizione successiva in 21, che sono numerosissimi. Circa la data d'esordio della seconda redazione, i critici sono concordi nel ritenere che sia anteriore al 1506, che è l'anno di stampa di quello che, stando alle nostre conoscenze attuali, risulta essere il primo testimone della Tragicomedia e che però è già una traduzione: quella di Ordóñez, in lingua italiana, pubblicata a Roma da Eucharius Silber, e che gli studiosi sono d'accordo nel presumere derivata da un originale spagnolo, poi perduto. A questa prima traduzione in italiano segue una nutrita schiera di edizioni del testo in castigliano, che va dalle edizioni cosiddette «primitive» (in tutto nove, comprese tra Zaragoza 1507 e Roma 1520) fino alle edizioni posteriori, che raggiungono le prime decadi del Seicento e che ammontano all'incirca a un'ottantina.
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Nell' ed. CRIADO/TROTTER, Madrid, CSIC, 1970, di cui mi servo, il monologo è alle pp. 240-244 e il brano in particolare alla p. 242, r. 8; altrimenti cfr. l'ed. a cura di D. SEVERIN, Madrid, Alianza, 1969, pp. 193-196 e p. 194, r. 23. Per l'intero monologo ho tenuto conto, fra l'altro, dei seguenti studi: P. RUSSELL, LC y los estudios jurídicos de Fernando de Rojas, [1977] rist. in ID., Temas de LC y otros Estudios, Barcelona, Ariel, 1978, pp. 323-340; R. LAPESA, En torno a un monólogo de Calisto, [1972] rist. in ID., Poetas y prosistas de ayer y de hoy, Madrid, Gredos, 1977, pp. 73-91; J. L., BERMEJO CABRERO, Aspectos jurídicos de LC, [1974], poi in AA. VV. (ed. de M. Criado de Val), LC y su contorno social, Barcelona, Hispam, 1977, pp. 401-408; J. R. STAMM, Inconcinnity in the «Tragicomedia», Act XIV, in «Celestinesca» 8, 1 (mayo 1984), pp. 43-46; R. ROHLAND DE LANGBEHN, Calisto, el juez y la cuestión de los conversos, in Studia Hispanica Medievalia, II, Jornadas de Literatura Española, Buenos Aires, Univ. Católica Argentina, 1987, pp. 89-98; e naturalmente anche il cap. XII, Calisto, della monumentale monografia di M. R. LIDA DE MALKIEL, La originalidad artística de LC, Buenos Aires, EU. DE. BA., 1962, pp. 347-405, e il cap. Calisto l'insensé in M. BATAILLON, LC selon Fernando de Rojas, Paris, Didier, 1961, pp. 124 e sgg.
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Per meglio comprendere l'invettiva che ora ci interessa, sarà opportuno riassumere brevemente l'azione che precede tutto il passo. Calisto, rifiutato sulle prime da Melibea, dietro consiglio dei suoi servi, Sempronio e Pármeno, decide di ricorrere a un'intermediaria, la ruffiana Celestina. Costei, che finirà poi per concludere la trattativa con Melibea, in compenso della propria prestazione professionale chiede a Calisto pagamenti di vario genere (monete, capi d'abbigliamento, catene d'oro) che spartisce, come pattuito, coi servi di Calisto suoi compari. Ma a un certo punto Celestina cambia idea e decide di non dividere più niente con nessuno. Quando i due servi (nell'Atto XII) vanno a casa sua per reclamare la loro parte di catenella d'oro, s'imbattono, sorpresi, nell'improvviso diniego di Celestina. E dopo un'accesa discussione, uno dei due la uccide, esasperato, a ripetuti colpi di spada. Subito c'è chi grida e chiama aiuto e i due servi, nel timore di essere sorpresi, cercano scampo saltando da una finestra, ma nel cadere restano gravemente feriti. Son quasi moribondi quando sopraggiunge sul luogo il giudice (cui si rivolge Calisto nel monologo). Questi, non appena saputi i fatti, senza indugio, decide di far subito giustizia. Li fa decapitare entrambi, a notte fonda, spiegando con un bando la ragione della loro esecuzione e quindi espone i loro corpi in piazza, come pubblici malfattori. Verso le prime ore del giorno (Atto XIII), Calisto viene a sapere dell'accaduto e resta profondamente sconvolto per il disonore che gli deriva da tutta questa situazione. I servi infatti a quell'epoca, da un punto di vista giuridico, erano considerati una proprietà del padrone, che era così ritenuto responsabile dei loro atti. Parimenti, un'offesa rivolta ai servi era un'offesa rivolta al padrone, che doveva anche chiedere soddisfazione del danno loro arrecato o addirittura vendicarne la morte e pretenderne l'eredità. (Cfr. in proposito J. C. DOERIG, La situación de los esclavos a partir de las Siete Partidas de Alfonso el Sabio, in «Folla Humanistica», IV n. 40, abril 1966. pp. 337-361 e in particolare le pp. 347. 352, 355). Calisto dunque si vede obbligato ad agire, a far qualcosa, ad assumersi cioè delle responsabilità: e ciò tutto sommato lo infastidisce perché lo viene a distogliere dall'unica sua preoccupazione che è l'amore e il pensiero fisso di Melibea. Infatti, serrato nel suo consueto egoismo, finirà per decidere di non agire per meglio dedicarsi alla passione. L'unica cosa, in realtà, che riesce a «fare» è quella di proferire un lungo monologo col quale inveire contro il giudice e scagionare almeno in parte la propria coscienza.
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Cfr. supra, nota 3.
6
In Estudios jurídicos cit., p. 336.
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«¿Que hize? ¿En que me detuue? ¿Como me [pude] soffrir que no me mostre luego presente, como hombre injuriado, vengador soberuio y acelerado de la manifiesta injusticia que me fue fecha?... ¿Por que no sali a inquirir siquiera la verdad de la secreta causa de mi manifiesta perdicion?... Salir quiero, pero si salgo para dezir que he estado presente, es tarde; si ausente, es temprano. Y para proveer amigos y criados antiguos, parientes y allegados, es menester tiempo, y para buscar armas y otros aparejos de vengança» (p. 241,6-9, 15-17 e 23-28).
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Mancano al mio esame le rimanenti 24 edizioni che non ho potuto consultare per banali difficoltà di tipo practico-organizzativo; si tratta di Valencia 1518 [=U], Valencia 1529 [=V], Sevilla 1535, Sevilla 1536, Venezia 1536, Anversa 1539, Anversa 1545, Zaragoza 1555, Venezia 1556, Stella 1557, Anversa 1558, Sevilla 1562, Medina 1562, s. l., s. d., Salamanca 1569, Sevilla 1575, Salamanca 1575, Anversa 1585, Anversa 1590, Anversa 1591, Alcalá 1595, Sevilla 1596, Anversa 1601, Milano 1622.
Se vogliamo dar credito all'apparato registrato da Marciales (ed. critica, Illinois, Univ. Press, 1985, 2 voll., cfr. II, 234), anche U (= Valencia 1518) riporta la lezione utilidad.
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L'esemplare indicato, di volta in volta, è quello su cui ho effettuato la collazione.
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Cfr. in proposito L. BLINI, Il rifacimento in versi della Celestina ad opera di Juan Sedeño; edizione interpretativa, introduzione e note, tesi di laurea orientata da Emma Scoles, Univ. di Roma, a./a. 1988/89.