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Cfr. Voc. Vtrivsque Ivris cit., s. v., priuata delicta.

 

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Quanto alla legislatura greca, l'unica cosa che mi è stato possibile appurare è la seguente: «... on avait vu paraître, à une époque qu'il n'est pas possible de déterminer, une importante division des infractions en deux grands espèces que, faute d'une désignation plus exacte, nous nommerons délits publics et délits privés. Les premiers, envisagés comme des atteintes directes aux intérêts généraux, donnaient naissance à une action publique (grafé) et pouvaient, à moins d'exception formelle, être poursuivis par tout citoyen d'Athènes jouissant de la plénitude de ses droits politiques. Les seconds, considerés comme de simples lésions individuelles, ne donnaient lieu qu'à une action privée (dike), appartenant exclusivement aux parties lésées.» (Cfr. THONISSEN, Droit pénal de la Rép. Athénienne cit., p. 78).

 

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Secondo Peter Russell (Estudios jurídicos cit., p. 336), il giudice, nel giustiziare i servi, effettivamente commette qualche errore, qualche infrazione nei confronti sia della legge sia dei procedimenti processuali allora in vigore. Anzitutto egli li giustizia quasi di nascosto, a notte fonda, e non in pubblico, il che andava contro i più basilari principi di diritto. In secondo luogo, non perde tempo e procede all'esecuzione troppo in fretta, negando loro la possibilità di avere un regolare processo in cui potere esser difesi o fare appello contro la sentenza di morte. In terzo luogo, anziché impiccarli, come previsto per i servi, li fa decapitare, come invece riservato ai nobili. E infine ne giustizia due quando il vero colpevole in realtà è uno solo (Sempronio soltanto aveva ucciso Celestina, alla presenza di Pármeno).

Fra tutte le infrazioni che ha effettivamente commesso, Calisto, ora, rimprovera al giudice l'ultima soltanto, e non le altre cui, in questo momento almeno, non sembra pensare affatto: ma nella seconda parte del discorso a lui rivolto, quella del la difesa, prenderà in considerazione proprio queste «mancanze» per convincersi che il giudice gli è stato in qualche modo favorevole per aver sbrigato in tutta fretta e davanti al minor pubblico possibile una faccenda che avrebbe altamente infamato la sua reputazione. Come pure finirà per riconoscere che la condotta dei suoi servi «no carecia de culpa» e che d'altro canto «hazientes y consintientes merecen ygual pena» (ed. cit., p. 242.13 e 31-32).

 

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Cfr. LAPESA, En torno a un monólogo de Calisto cit., p. 84. Lo studioso inoltre riferisce che la dichiarazione d'inimicizia, per offesa di sangue o di onore, poteva portare alla vendetta. Secondo i fueros castigliani, era persino lecito che l'offeso uccidesse l'offensore una volta che lo aveva dichiarato nemico. Si apre quindi, secondo Lapesa, la possibilità di una azione violenta da parte di Calisto, cui però il personaggio finisce presto per rinunciare.

 

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Nel Vocabvlarium Ivrisprudentiae Romanae cit. [1983], ad esempio, non è neanche registrata la voce vtilitas. Ma soprattutto, la parola non compare in nessuna delle ricorrenze della voce delictum. Cfr. anche Vocabularium Codicis Iustiniani ed. R. Mayr, Pragae, Ceska Grafická Unie A. S., 1923: Vocabvlarium ivrisprvdentiae romanae Avspiciis institvti Savignani Institvtvm, 5 voll., Berolini, W. de Gruyter, 1903-1939: e Institutum Iuridicum Claretianum, Universa Bibliotheca Iuris Subsidia II, Indices Titulorum et Legum Corporis Iuris Civilis, curantibus X. Ochoa et A. Díez, Roma, Commentarium pro Religiosis, 1965.

Si riscontra, semmai, il concetto opposto nel mondo classico (Cicerone, De Officiis, III, 15: «Nunquam est utile pecare, quia semper est turpe»). Colgo l'occasione per ringraziare vivamente P. Fuertes, dell'Institutum Iuridicum Claretianum di Roma, per il generoso aiuto che mi ha dato nella consultazione di fonti giuridiche a me poco familiari.

 

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Cfr. ad esempio: «Mensura iuris est utilitas», «Ius et utile unum idemque sunt» (apud V. J. HERRERO LLORENTE, Diccionario de expresiones y frases latinas, Madrid, Gredos, 1985. nn. 4150 e 3575); oppure ancora: «Publicum ivs est quod principaliter spectat ad publicam utilitatem» (apud Vocabularium Vtrivsque Ivris cit. [1575], s. v.); inoltre: «utilitas publica praeferenda est privatorum contractibus» (apud Vocabolarium codicis Iustiniani cit. [1923], 12.62.3); e infine: «actio utilis est quae datur non ex iure aliquo directo, sed utiliter & ex aequitate competit» (apud Voc. Vtrivsque Ivris cit., s. v.).

 

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Naturalmente si può anche pensare a una «utilità del delitto» da un punto di vista soggettivo, nel senso che il delitto è utile a chi lo commette, o se si vuole è utile in un senso macchiavellico (ma nulla in proposito si afferma nell'articolo di L. W. FOTHERGILL-PAYNE, LC como esbozo de una lección maquiavélica, in «Romanische Forschungen», 81 (1969), pp. 158-175). Tuttavia non è dal punto di vista soggettivo che sembra intendere Calisto l'espressione.

 

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Cfr. D. Du CANGE, Glossarium Mediae et Infimae Latinitatis, vol. VI, Niort, L. Favre, 1866, s. v. utilis: «Utilitas, Probitas, animi magnitudo...» Basina ad Regem Childericum, apud Gregorium Turon, lib. 2 Hist. cap. 12: Novi, inquit, Utilitatem tuam, quod si valde strenuus... e. s. v.: «Utilitas, Probitas, titulus honorarius, quomodo usurpatur a Gregorio Turonensi, Diploma Chilperici Regis apud Mabillonium: Ideo cognoscat Magnitudo seu Utilitas vestra, etc...» Cfr. inoltre J. F. NIERMEYER, Mediae Latinitatis Lexicon Minus, Leiden, E. J. Brill, 1976, s. v., «utilitas: 1. valeur, qualité d'une personne - skill, ability». Novi utilitatem tuam, quod sis valde strenuus, GREGOR. TURON, H. Fr., lib. 2 c. 12. 2. comme apostrophe - as an addressing formula: «Idioque cognuscat magnetudo seu utilitas vestra. D. Merov., no. 47 (a. 677). Ibi saepeCfr. anche Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis, Lexicon Latinitatis Medii Aevi, Albert Blaise, Tvrnholti 1975, s. v. vtilitas: «4. fonction».

 

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Che peraltro sono spesso sede d'errore testuale: cfr. ad esempio la variante menor entendimiento... mayor fortuna discussa da Emma Scoles nel suo lavoro su Il testo della «Celestina» nell'edizione Salamanca 1570, in «Studj Romanzi» XXXVI (1975), pp. 9-124: 28- 30.

 

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Cfr. Alonso de Palencia, Universal Vocabulario en latín y en romance [Sevilla 1490], rist. facs., Madrid 1967, 2 voll.,: «utilitas etiam lucrum compendium»; inoltre Diccionario de Autoridades [1727-1737], rist. facs., Madrid, Gredos, 1979, 3 voll.: «provecho, conveniencia, interés o fruto que se saca de alguna cosa». Cfr. anche FORCELLINI, Totius Latinitatis Lexicon, 1868: «commodum, fructus».

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