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ArribaAbajoCapitolo V

Tra concettismo e culteranismo


Sul piano stilistico si riflettono le medesime tendenze unitarie ora rilevate: Moreto non respinge lo stile barocco, non ignora affatto Góngora né il cultismo, ma ne rifiuta in gran parte la base dualistica. Le antitesi gongorine sono fortemente ridotte nel suo teatro: per fare mi esempio, la celebre formula «A si no B» non fa parte del suo stile.

Così i vari mezzi escogitati, da culterani e concettisti, per spezzare il periodo -l'iperbato215, la ritorsione verbale e sintattica, l'ellissi- non trovano qui rispondenza, ma vengono sostituiti da un periodare che, quantunque non rispecchi le regole del classicismo, segue tuttavia l'andamento più abituale della lingua e si fonda su di una sintassi, per così dire, regolare. La pagina di Moreto risulta pertanto generalmente chiara e non offre quelle difficoltà d'interpretazione che rendono talvolta disagevole la lettura di tante opere del secolo.

Tutto ciò non autorizza certamente a definire quello moretiano uno stile nuovo, tanto meno a scorgervi   —178→   un precorrimento dello stile settecentesco: il nostro autore rimane ben saldamente inquadrato, anche sotto quest'aspetto, nell'ambito del Seicento.

Se infatti egli rifiuta, o almeno modera, il dualismo barocco, rimane tuttavia fedelissimo all'agudeza ed accetta come cosa ovvia molti topici ormai divenuti d'uso corrente.

Ad ogni pie' sospinto ci s'imbatte in espressioni metaforiche schematizzate ed iperbolizzate, come:


siendo un volcán allá dentro


(El desdén con el desdén, I, 7, 6)                



un volcán tengo en mi pecho


(Ibid., III, 6, 17)                



un Etna es cuanto respiro


(Ibid., II, 10, 13)                



las perlas mal resistidas (le lacrime)


(Lo que puede la aprehensión, III, 7, 188)                



el iris de vuestras paces


(El lindo Don Diego, III, 9, 36)                


senza considerare gli innumerevoli traslati fondati su sol, estrella, cielo, alba, aurora, fuego, hielo, flecha, peña e simili, termini ormai consueti del frasario amoroso; cui sono da aggiungere i tradizionali vocaboli usati per definire la bellezza femminile: clavel, rubí, lirio, azucena, rosa, ecc. Si trattava d'espressioni ormai entrate nella comune retorica, come rilevava Jáuregni216. Infatti nella maggior parte dei casi, questi termini non hanno più alcun valore di acutezze, tanto che Moreto li usa all'incirca come sinonimi colti di vocaboli più usuali; così accade negli esempi surriferiti. Il che indica un atteggiamento non critico né revisionista nei confronti del linguaggio tradizionale, ma perfettamente ossequiante.

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Tuttavia non si limita a questo e spesso intreccia, intorno alla figura usuale, un'acutezza di tono più o meno personale, che si fonda sui due valori, il reale ed il traslato, del vocabolo:


Por su perdida esperanza
perlas lloraba la niña;
si perlas vierte, no es sólo
su esperanza la perdida.


(Lo que puede la aprehensión, I, 4, 169)                


Ed ecco un altro esempio (Demetrio parla della bellezza della donna amata):


¿Yerro en pensar que es abril
quien lleva siempre estas rosas?


(La fuerza de la ley, III, 2, 95)                


Gli esempi potrebbero moltiplicarsi; ma, prima di passare all'analisi di alcune figure in cui s'articola lo stile di Moreto, ci preme chiarire il problema dei rapporti di lui col cultismo.

Come si sa, El lindo Don Diego contiene, nella settima e nell'ottava scena dell'atto secondo, alcuni riusciti attacchi contro il cultismo, che farebbero a tutta prima pensare ad una posizione di ostilità. Ma occorre anzitutto limitarne la portata, pensando quanto fossero comuni nel teatro le frecciate contro il cultismo: Tirso ne aveva dati parecchi esempi. Se questi attacchi provenivano dunque da autori che erano profondamente culterani essi stessi e consapevoli d'esserlo, bisogna concludere che o lo scrittore pensava soltanto agli effetti comici, facendo così una concessione   —180→   al gusto del grosso pubblico, o che, come dimostra Dámaso Alonso217, non si voleva colpire tanto il movimento letterario quanto il linguaggio affettato e volutamente oscuro dei raffinati alla moda.

Ed è noto che questa era anche la posizione di Gracián: ché altrimenti non si spiegherebbero gli attacchi al linguaggio culto, accusato d'oscurità, contenuti nel Criticón218, accanto alle continue citazioni di Góngora, ammirato anche in passi di difficile interpretazione, che appaiono nell'Agudeza y arte de ingenio.

Ciò vale anche per la parodia contenuta nella commedia moretiana. Dovrebbe bastare a convincerne la lode di Góngora implicita nella battuta di Don Diego, il quale, confondendo il sostantivo culto con l'aggettivo sostantivato (Don Mendo aveva parlato del culto de vuestros ojos), così si esprime:


Yo, prima, no sé de cultos;
porque a Góngora no entiendo
ni le he entendido en mi vida.


(El lindo Don Diego, I, 12, 357)                


E' chiaro che, se gli sciocchi come Don Diego non capiscono Góngora, l'autore non ne attribuisce la colpa al poeta.

Ma esaminiamo le due scene in questione.

Nella prima è contenuta una definizione di quell'hablar culto che sarà oggetto di derisione. Il gracioso Mosquito, consigliando a Beatriz di fingersi contessa, la invita ad usare un linguaggio che possa trarre in inganno Don Diego:

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Mira, Beatriz, si quieres acertallo,
cuanto hablares sea oscuro y sea confuso.
Habla crítico ahora, aunque no es uso;
porque, si tu el lenguaje le revesas,
pensará que es estilo de condesas;
que los tontos que traen imaginado
un gran sugeto, en viéndole ajustado
a hablar claro, aunque sea con conceto,
al instante le pierden el respeto;
y en viendo que habla voces desusadas,
cosas ocultas, trazas intrincadas,
para dar a entender que lo comprehenden,
le dicen que es gran cosa, y no la entienden.
Con que, si hablas culto prevenida,
te tendrá por condesa y entendida.


Mi pare chiaro che l'hablar culto cui fa cenno Mosquito non abbia molto a che vedere con il gongorismo, almeno in maniera diretta. La satira si dirige verso quelle forme di linguaggio che l'Alonso chiama prosa de galanes, vocablos de estrado ecc.,le quali, benché imparentate col cultismo, vivevano ormai di vita autonoma: Beatriz infatti dovrà imitare lo stile delle aristocratiche sofisticate, parlando il linguaggio crítico. Per maggior ironia usa Moreto un termine anch'esso sofisticato, che era stato oggetto della censura di Cascales219; quanto al non esser di moda, come soggiunge Mosquito, è evidentemente un'ironia. Infatti le battute di Beatriz, nella scena seguente, sono, ad eccezione di una (Adusta sí, no implicada, veramente incomprensibile) rese difficili e strambe da latinismi esagerati, da vocaboli affettati od inseriti in maniera assurda, ma non richiamano, se non molto vagamente, le caratteristiche del culteranismo: l'affettazione   —182→   è solo di vocabolario, non di struttura. Queste censure non sono, insomma, dissimili da quelle mosse da Quevedo nella Culta Latiniparla: anzi, il verbo anhelar, usatoda Beatriz, è una delle ocho palabras220.

Anche in questo caso dunque, Moreto appare rivolto a quell'aristocratica società che costituisce il mondo delle sue commedie. E, come biasima il comportamento irrazionale di alcuni suoi membri, così ne disapprova l'irrazionalità di linguaggio.

L'ideale moretiano rimane la razionalità espressiva, non disgiunta però dall'eleganza; hablar claro, ma con conceto, come dice il gracioso, dove il termine conceto è da assumere nella sua accezione barocca.

Così si esprimono i discretos e le discretas delle varie commedie: non tralasciano occasione per dar prova del loro acume in battute ingegnose e costrutte, ma espresse in un periodare scorrevole e limpido, almeno per quanto esso è concepibile in uno scrittore secentesco.

In tutto ciò sottentra, quasi inavvertita, la costante preoccupazione dell'ejemplaridad, sottolineata dal fatto che l'autore pone talvolta in bocca ai graciosos parlate in cui appaiono, con maggior frequenza ed esasperazione, gli aspetti d'una più esuberante retorica; caratteristico di queste parlate culte dei graciosos è poi il fatto che vi si riscontrano brani culti non caricaturali, i quali sono resi buffì da qualche battuta comica che inaspettatamente vi s'inserisce. Una lunga parlata di Comillo (Lo que puede la aprehensión, I, 5, 170) così comincia:

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Estaba la Duquesa, mi señora,
detenida en Pavía, que ya llora
porque faltan sus luces; que es, no ignores,
como ponerse el sol para las flores.


E prosegue seriamente con paragoni di stelle, luna, zaffiri ecc., per finire in una boutade:


Y si en esto está igual la competencia


(fra la duchessa ed il cielo)


porque el cielo se rinda a su obediencia,
en el cabello de oro que desgaja,
le lleva vara y media de ventaja.


Così procede, alternando i due toni, per tutto il discorso ed anche altrove.

Può anche accadere che un personaggio diverso dal gracioso ricorra ad espressioni anche più sgargianti e pronunziate in tutta serietà; ma, in genere, questo non rivela una vera partecipazione del poeta e nasconde qualche altra causa.

Sempre in Lo que puede la aprehensión c'è una parlata di Carlos di spiccato carattere culterano, che culmina nella descrizione della cavalcata della duchessa:


En su caballo sube, que figura
era de cisne, el cual burlando enojos,
juego hacía la dócil travesura,
mintiendo a la inquietud libres antojos;
cuello de cisne el cielo a su hermosura
dio, la nieve a la piel, fuego a los ojos;
—184→
porque en ella nadase, al labio espuma;
y a las plantas pasó toda la pluma, ecc.


(I, 5, 170)                


Gli è che qui Moreto ha voluto porre in evidenza l'esaltazione sentimentale di Carlos, in modo che il duca (e contemporaneamente lo spettatore) s'accorgesse dell'amore sorto in lui; e l'irrazionalità del personaggio trova modo d'esprimersi adeguatamente attraverso le intemperanze della retorica.

In un altro caso è addirittura un discreto, Carlos nel Desdén, a descrivere in questi termini il proprio amore:


Mirad en lazos prendido
aquel hermoso cabello
y si es justo que en él sea
yo el rendido y él el preso.
Mirad en su frente hermoso
cómo junta el rostro bello
bebiendo luz a sus ojos
sol, luna, estrella y cielo.
Y en sus ojos mirad
si es digno y dichoso el yerro
que hace esclavos a los míos,
aunque ellos sean los negros.
Mirad el sangriento labio
que fino coral virtiendo... Ecc.


(III, 15, 16)                


In realtà però si tratta d'una finzione architettata da Carlos per ingelosire Diana, facendole credere di essere innamorato di Cintia: donde il linguaggio acuto e metaforico, utile per suggerire l'idea dell'eccitazione passionale.

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Non è questo il linguaggio abituale dei personaggi moretiani; soprattutto non lo è dei protagonisti.

Tuttavia, come si diceva poc'anzi, le acutezze, e le figure retoriche compaiono con notevole frequenza, anche se rivelano, nel complesso, una maggior moderazione nel confronti della letteratura del secolo.

La metafora, per esempio, non è rara nella pagina di Moreto; ma, ad eccezione dei pochi casi analoghi a quelli ora citati, non si riveste di colori troppo vivi, né rivela una particolare originalità. Forse, dopo tanti anni, il cultismo aveva subito una tale usura che riusciva difficile trovare qualche traslato che si fondasse su analogie diverse dalle solite di luz, sol, estrella ecc.; certo è che il nostro autore, sfornito di una fantasia brillante, non sa uscire da questo campo sfruttatissimo, né infondervi nuova vita.

Un maggiore apporto personale possono manifestare le metafore che potremmo dire di carattere giuridico, le quali ricorrono spesso e forse s'adattavano meglio all'indole positiva di Moreto; in effetti però riescono abbastanza fredde, quando non interviene qualche agudeza a ravvivarle.

Incolore è per esempio la seguente:


Ya, honor, tu causa se ha visto
en la sala del agravio,
donde la Razón preside:
ya la verdad hizo el cargo
por el fiscal... ecc.


(La fuerza de la ley, III, 14, 99).                


Ma una discreta vivacità esse acquistano quando, poste in bocca al gracioso, assumono toni scherzosi:

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¿Hay más que hacer yo el papel
in solidum, sin que en él
entres tú de mancomún...?
(El lindo don Diego, II, 1, 358);
Toma tú la posesión
que es ternura de marido,
y luego pleitear puede
la propiedad.


(Lo que puede la aprehensión, I, 4, 169)                


Il che accade pure per altri traslati. Per esempio, per l'abusatissima immagine della flecha:


No tiene amor mejor flecha
que vuestra mano derecha
si no es que saquéis la zurda.


(El desdén con el desdén, I, 5, 5)                


Non migliori pregi del traslato giuridico presenta il discorso di Carlos, nel Desdén (II, 2, 91), intessuto d'immagini tratte dal linguaggio medico (inflamación, calentura ecc.) ed applicate all'amore; ma rivela ugualmente una certa tendenza a forme, per così dire, più realistiche e meno immaginose.

Non è rara l'iperbole, la quale però doveva essere così connaturale allo spirito barocco, da perdere molta della forza che talvolta presenta al lettore moderno. Alcune infatti sembrano formule schematizzate:


en el mundo no hay papel
donde se escriban tus glorias


(El desdén con el desdén, I, 1, 1)                



lo que finjo
toda una vida me cuesta


(Ibid., II, 2, 9)                


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el mismo sol no arde
en tan puros esplendores


(El lindo Don Diego, III, 9, 368)                



el castigo más sangriento
que han de haber visto los siglos.


(Antíoco y Seleuco, II, 11, 50)                


Altre invece acquistano una loro grazia barocca, per l'inserimento di un'acutezza:


un jardín...
que tener escondido
puede aún al sol entre árboles y olvido.


(La confusión de un jardín, II, 8, 514)                



mi asombro crece
y era al principio gigante.


(Ibid., II, 8, 519)                



dad vuestra esperanza al aire;
que a ser él de mis suspiros,
yo sé que fuera bastante.


(El lindo Don Diego, III, 9, 368)                


Non manca neppure qui la nota comica. Così quando Don Diego loda la sua bellezza, ricorre a questa buffa iperbole:


sordo estoy de los suspiros
que me dan por las orejas;


e poco dopo:


diera su belleza espanto
si hiciera una dama un manto
de puntas destos bigotes.


(Ibid., I, 8, 354)                


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La metonimia e la sineddoche s'incontrano ad ogni passo: vari sostantivi astratti, come amistad, amor, poder, ecc., preceduti dal possessivo sostituiscono assai spesso il pronome personale. Dai casi più normali sul tipo di


mi amistad de vos lo fía


(El lindo Don Diego, II, 16, 364)                


si giunge ad espressioni che lasciano una certa perplessità, come la seguente:


el cariño de un viaje
casi es deudo


(Ibid., I, 1, 351)                


o quest'altra, in cui l'autore, dimentico totalmente del valore figurato, dice:


para que mis temores
un sobresalto padezcan.


(Yo por vos y vos por otro, II, 8, 383)                


La frequenza di queste formule, affettate ed un tantino pretenziose, che s'inseriscono pianamente nel discorso, lascia pensare che esse dovessero ricorrere spesso nel linguaggio dei raffinati e che fossero così correnti da non destare stupore.

Crediamo che sia sufficiente questa rapidissima rassegna, la quale trova conferma in numerosi altri passi che non è il caso di citare, per convincersi della scarsa attitudine di Moreto nei confronti della parte più sgargiante del cultismo. La sua adesione al movimento non è certo entusiastica né originale per quanto   —189→   concerne l'imagerie cultista, ed è perfino diffidente verso ogni attentato alla limpidezza dell'espressione.

Tutta l'altra parte invece, quella che fa leva sull'apporto del raziocinio più che della fantasia, e che grosso modo si può catalogare sotto il titolo dell'agudeza, trova il nostro autore non solo pienamente consenziente, ma anche capace di apporti personali ed efficienti.

Il termine agudeza, si sa, è in sé vago ed ampio, tanto che Gracián, nel suo trattato, include, sotto questa generica definizione, praticamente tutta la retorica barocca; potremmo perciò, per amor di precisione, dire che Moreto si orienta di preferenza verso quelle forme di ragionamento acuto ed ingegnoso, che paiono atte a soddisfare la duplice esigenza dell'hablar claro e del conceto.

Talvolta si tratta di brevi considerazioni, sul tipo di quella definita da Gracián ponderación misteriosa, con le sue varie articolazioni. Consiste, secondo la definizione gracianesca, nel dare una razón sutil, ossia artificiosa, di una qualche considerazione o constatazione221.

Se n'è già citato un esempio nella breve letra Por su perdida esperanza...; molti altri di tipo assai simile sono reperibili nei canti tanto spesso inseriti nelle commedie. Eccone un esempio non molto diverso, anche strutturalmente:


Tiernas lágrimas derrama
Fenisa llorosa y triste;
bien se venga en lo que llora,
si las pierde èl que las pide.


(Lo que puede la aprehensión, III, 11, 184-5)                


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Altre rivelano maggiormente le acutezze de estrado dei convenevoli d'amore:


Que Casandra es la más bella,
aún los cielos no lo dudan;
si para verdad es grande,
para lisonja no es mucha.


(El Licenciado Vidriera, II, 12, 239)                


E così via, quasi tutti i canti, quando non siano esclusivamente d'occasione, contengono una breve acutezza, di gusto moderatamente gongorino.

Naturalmente siffattiragionamenti s'incontrano anche frequentemente nelle parlate dei personaggi, in particolare nelle alterne battute degli innamorati, ispirate a gelosia o a complimento. Nel Lindo Don Diego:


Señora, no se despide
quien deja el alma asistiendo
al culto de vuestros ojos
desde que vive de ellos.


(I, 12, 357)                


Con un'altra acutezza, cosi descrive il duca il suo desiderio di conoscere colei che l'ha sedotto col canto:


Creció el oído a los ojos
cada día el apetito:
que no hay quien se envidie más
que un sentido a otro sentido.


(La que puede la aprehensión, I, 1, 168)                


Talvolta l'artificio si riveste d'una particolare grazia, come nella seguente descrizione:

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una fuente tan bella
que apruebes el encubrilla
los árboles de su orilla
si lo hacen por celos della.


(La confusión de un jardín, I, 2, 511)                


Logicamente poi, quando vengono inseriti metri tradizionalmente lirici, come il sonetto, avvertendo l'esigenza d'innalzare lo stile, secondo le poetiche del tempo, Moreto ricorre più che mai all'acutezza. Gli esempi, in questo caso, possono essere tanti quanti sono i sonetti contenuti in questo teatro: ci limitiamo pertanto a trasceglierne uno fra quelli che, per la rigorosa dialettica del ragionamento artificioso, appaiono più tipici del nostro autore. E' il lamento di Alejandro, in El defensor de su agravio (I, 4, 494):


    ¿Cómo al vital aliento no desmayo?
Ni sé yo cómo no vivo peno,
pues mi pecho resiste este veneno.
O fue ilusión, u de mi muerte ensayo.
    Estoy como el pastor a quien el rayo
quitó la vista, y al horror del trueno
perdió el sentido; y queda tan ajeno,
que, del susto, no siente su desmayo.
Mas no me dejó sólo absorto y ciego,
sino de alma y amor la unión partida.
Mas no, que a herirme, allí muriera luego;
    mas sí, que como rayo hizo la herida,
que sólo al corazón abrasó el fuego,
y en el cuerpo al dolor dejó la vida.


In conclusione, Moreto non accettò tutto il cultismo, soprattutto non ne accettò la manifestazione più splendida. Non fu, insomma, gongorista, ma cultista.   —192→   Fuori dal cultismo non si spiegherebbero i versi che abbiamo sopra esaminati, né si spiegherebbe la più parte delle pagine di questo teatro.

D'altra parte, il termine concettista pare adeguarsi altrettanto bene a quest'opera pervasa da ragionamenti acuti e sottili, in cui, sotto il virtuosismo dialettico, appare la ricerca d'una chiarificazione interiore, d'una verità insomma, sebbene deformata nella particolare prospettiva barocca.

A sostegno di questa tesi starebbe il fatto che Moreto appare, per tanti versi, vicino a quegli ambienti classicheggianti ed intellettualistici che costituirono un fronte abbastanza compatto contro il culteranismo.

In fondo le medesime esigenze conservatrici, lo stesso culto degli antichi, gli stessi riferimenti, espliciti od impliciti, alla Poetica ed alla Retorica di Aristotele, e, in conclusione, le stesse istanze di razionalità e di equilibrio, che erano alla base delle poetiche tradizionaliste dell'epoca si ritrovano nella polemica antigongorista. In questo caso anzi, gli attacchi erano più massicci e decisi, cosicché, tra gli oppositori del culteranismo, troviamo aristotelici, come il Cascales ed il González de Salas, accanto ad innovatori, come lo stesso Lope de Vega.

Certo, se pure partecipò alla polemica, Moreto fu estraneo a quella riña de verduleras, che nasceva da personalismi, da rivalità e che in genere denunziava una scarsa consapevolezza critica; quella polemica a satirica e burlesca, alla maniera di Quevedo, nonché di Lope, la quale confondeva troppo spesso, ed intenzionalmente, il gongorismo con il cultismo de   —193→   estrado e che infine, nell'ardore e nel livore degli attacchi, raramente riusciva a mettere a fuoco le questioni più importanti.

Più congeniale dovette riuscirgli quella corrente che trovò in Jáuregui il suo principale esponente, la quale, nel tono pacato della discussione, affrontava veri e propri problemi stilistici e postulava, col conforto delle poetiche classiche, uno stile che obbedisse alle norme della perspicuità, dell'equilibrio, della razionalità, e insieme della nobiltà espressiva.

Sarebbe assai facile dimostrare la notevole corrispondenza tra le principali affermazioni di Jáuregui e lo stile moretiano, ma ci allontanerebbe forse troppo dal nostro scopo. Basti sottolineare la sua diffidenza verso l'eccesso di figure retoriche, accettate però entro determinati limiti, cui fa riscontro l'esaltazione di conceptos e agudezas; la sottile distinzione fra la volgare claridad e l'intellettuale perspicuidad (a la poesía ilustre no pertenece tanto la clariad como la perspicuidad, que se manifieste el sentido no tan inmediato y palpable, sino con ciertos resplandores, no penetrables a la vulgar vista...222); l'ostilità alle trasposizioni sintattiche e insomma la propensione verso uno stile nobile ed equilibrantesi fra l'eccesso de lo remontado e il difetto della flaqueza.

Più ancora si sarebbe indotti ad accostare Moreto a questi ambienti culturali per via di quei palesi richiami all'estetica classica, dalla cui tradizionale partizione degli stili e dalle norme sull'elocuzione tragica deriva la maggior parte di queste proposizioni223.

Tuttavia, occorre anche ricordare che il culteranismo fu un fenomeno stilistico di carattere essenzialmente   —194→   lirico e che già il teatro aveva trovato una sua via in un generico stile che accoglieva con una certa moderazione le audacie di Góngora e dei concettisti224.

Questa relativa temperanza è il comune denominatore nello stile dei drammaturghi dell'Edad de Oro, quantunque sia sufficientemente elastico da includere il prosaismo (invero più dichiarato che applicato) di un Lope de Vega, accanto alle arditezze di un Tirso, ai barocchismi di un Montalbán e alla sontuosità dello stile calderoniano.

All'atto pratico dunque, e al di là delle satire e delle proclamazioni teoriche, il teatro si muoveva da tempo entro una sostanziale equidistanza dal concettismo e dal culteranismo o, meglio, in un atteggiamento eclettico che gli permetteva di desumere con discreta libertà dall'una e dall'altra corrente.

Sotto quest'aspetto, Moreto, a parte le espressioni personali, non si scostava dalla tradizione del genere.

D'altronde si sa che la questione, se esaminata in termini moderni, perde molto del suo significato: ad una serena valutazione estetica, la linea di demarcazione fra le due correnti appare talvolta assai incerta, quando non accada persino di confonderle tra loro. Ad ogni modo, senza addentrarci oltre nel problema, rimane il fatto che questa distinzione è storicamente esistita e che, quando gli scrittori difendevano l'una o l'altra posizione, puntavano su differenze che a noi potranno sembrare marginali, ma che essi non sentivano in questo modo.

Quando però compiamo una disamina stilistica del teatro moretiano, ricaviamo l'impressione che la   —195→   distinzione, già tenue nei suoi predecessori, abbia perduto ogni suo valore: la sicurezza, vorrei dire la freddezza, con cui l'autore trasceglie toni più apertamente culterani o concettisti per adeguarli alle diverse circostanze, lascia intendere che la polemica è ormai superata. Abbiamo usato tradizionalmente i due termini culterano e concettista, ma avremmo forse meglio potuto parlare di esuberanza verbale, che corrisponde ad altrettanta esuberanza sentimentale, e di rigore intellettualistico. Il secondo prevale, è vero, ma si esplica pur sempre nell'agudeza, la quale e, necessariamente, verbale e concettuale.

Il fatto è che la questione non solo non aveva più rispondenza in Moreto, ma aveva trovato anche la sua composizione definitiva nell'Agudeza y Arte de Ingenio di Baltasar Gracián. Ormai, per Gracián, i termini culto e conceptuoso sono divenuti dei sinonimi, tanto che, come già rilevava il Croce, potrà applicarli indifferentemente ad un medesimo scrittore225; di conseguenza, egli cita ugualmente Quevedo o Góngora, proprio perché avverte la loro vicinanza dentro i confini di uno stile barocco, che variamente si articola nella sostanziale unità dell'acutezza.

Un tale processo di fusione non poté realizzarsi attraverso un equilibrio assoluto delle due componenti stilistiche, la verbale e la concettuale, (in quanto era pur necessario che una scelta venisse operata), bensì attraverso l'assorbimento della prima nella seconda. Non più concentrazione intellettualistica da una parte e cultismo di linguaggio dall'altra, non più insomma formalismo e contenutismo, ma superamento delle antinomie attraverso una nuova interpretazione dinamica   —196→   del concetto, come centro unitario e propulsore da cui si dipartono le varie figure stilistiche e retoriche.

Questo è il principio Real dell'arte reina: uno como centro de quien reparte el discurso, líneas de ponderación y sutileza a las entendidas que lo rodean; esto es, a los adjuntos que lo coronan, como son sus causas, sus efectos, atributos, calidades, contingencias, circunstancias de tiempo, lugar, modo etc. Y cualquier otro término correspondiente. Los va careando de uno en uno con el sujeto..226.

La figura retorica pertanto è lo strumento espressivo del concetto: Válese la agudeza de los tropos como de instrumentos para exprimir cultamente sus conceptos, pero contiénense ellos a la raya de fundamentos materiales de la agudeza227,...

Gracián, quando insisteva su quest'aspetto più intellettualistico della poesia, aveva la coscienza d'interpretare un'esigenza dei tempi, sicché giudicava dall'alto di una prospettiva storica: Florecieron un tiempo las alegorías; y poco ha estaban muy validas las semejanzas. Hoy triunfan los misterios y reparos228.

Retorica ideologica che si sostituisce alla tradizionale retorica formale, come sostiene Menéndez y Pelayo229; ma forse v'è anche ravvisabile qualcosa di più, ossia la ricerca di una più stretta moralizzazione dell'arte intesa come vivace ricerca razionale, la quale, per Gracián, non poteva essere altro che ricerca di verità230.

Era la stessa via imboccata da Jáuregui, sennonché qui il tutto appare portato alle sue ultime conseguenze e giustificato da un rigoroso inquadramento filosofico;   —197→   ed era, al contempo, pur nell'originalità delle posizioni, un altro modo di rifarsi ai classici, ossia alla Poetica, la quale lascia così spesso trasparire, accanto ad una visione razionale dell'arte (e dello stile), una diffidenza verso i sentimenti allo stato puro.

La prima edizione del trattato gracianesco, l'Arte de Ingenio, uscì nel 1642 ed è pensabile che Moreto, come ebbe presenti le altre opere dell'autore, così non abbia ignorato, lui, letterato esordiente, questo manuale di retorica, che aveva anche il pregio d'essere una vasta antologia.

Gli aspetti dello stile moretiano che si sono esaminati nelle pagine che precedono costituiscono già di per sé una conferma della sua adesione alle posizioni di Gracián e dei classicisti in genere; e non solo per quello stile medio, né propriamente culto né sciattamente prosaico, che poteva trovare degli antecedenti, ma soprattutto per quel procedere raziocinante e sottile che è uno dei suoi tocchi più personali.

Se, poi, passiamo all'analisi della sua sintassi, la nota intellettualistica s'approfondisce. I suoi discorsi, quando non siano meramente espositivi (tuttavia anche in questi la razionalità ha modo d'insinuarsi), sono una fitta trama di precisazioni, limitazioni, chiarimenti che s'esprimono attraverso corrispondenti figure sintattiche, lasciando intravvedere i veloci spostamenti dell'ingegno che si preoccupa di cogliere, le possibili connessioni del concetto formulato. Non che vada sempre a parare nell'acutezza, ma lascia spesso una vaga impressione di leggero sofisma, che nasce dalla sottigliezza di quest'orditura, la quale fa sì che,   —198→   sotto l'apparente scioltezza della frase, s'avverta come la presenza di un sillogizzare nascosto.

Siffatta impressione è favorita dalla frequenza di ipotetiche reali, estremamente alleggerite, o addirittura svuotate del loro valore di condizionalità, cui si sostituisce spesso una sfumatura causale, cosicché si stabilisce fra protasi ed apodosi un rapporto di logica conseguenzialità. Esempi di questo tipo pullulano; eccone qualcuno (con si = pues):


si ellas niegan mi ventura
no logren pues su desvelo.


(El Licenciado Vidriera, I, 5, 252)                



Vive de lo que muere,
si muere de lo que adora.


(Las travesuras de Pantoja, I, 5, 393)                



Riguroso os imagino,
si de llorar en mis ojos
sólo dejáis el oficio.


(San Franco de Sena, II, 15, 134)                



si habéis de rendirla al tiempo,
dádsela a vuestro valor.


(Primero es la honra, III.. 1, 242)                


Molto spesso questa forma appare variata per mezzo di un'interrogazione retorica in funzione d'apodosi:


¿qué quieres que escoja
si del término me sacas?


(Trampa adelante, III, 10, 162);                



¿para qué es otro golpe,
si ése me lo quita todo?


(El Caballero, II, 17, 302)                


  —199→  

Talvolta lo stile elevato di quest'ultima formula è sottolineato da un discorso più elaborato e sintatticamente più complesso:


Si por mí has pasado
todo lo que has referido
¿qué hará quien por ver logrado
tu amor, te lo ha permitido,
siendo el suyo tu cuidado?


(El Licenciado Vidriera, I, 5, 252)                


Talaltra appare in forma più concisa e più vicina al linguaggio parlato:


¿Por qué no, si os doy favor?


(El Caballero, II, 22, 303)                


Non ci soffermeremo ad esaminare più a lungo questo sintagma, i cui esempi sono frequentissimi nel teatro di Moreto, ma reperibili anche in altri scrittori. Anzi, si tratta di un ricorso stilistico proprio della retorica barocca che, nella sua formulazione estrema, si condensa nella celebre antitesi gongorina A, si no B. Le prime manifestazioni di esso sono state poste in luce nell'opera di Juan de Mena dalla Lida de Málkiel, la quale ne ha pure rilevata l'ascendenza classica231. Non si tratta dunque di un'innovazione stilistica, ma, proprio per questo, è interessante notare come Moreto l'accetti nella formulazione meno audace e più razionale. Infatti non solo esteriormente la struttura di questo sintagma differisce da quello di Góngora, ma soprattutto è privo di quei valori antitetici (reali o apparenti) che assumeva nelle opere del poeta cordovese: il rapporto fra protasi ed apodosi è qui invece   —200→   di correlazione o di dipendenza, cioè sostanzialmente logico232.

Altrettali considerazioni si posson fare per le ipotetiche che mantengono il loro valore propriamente condizionale (benché in genere si tratti sempre del tipo reale). Spesso esse vengono collocate in serie e con anafora.

Ricorso, pure questo, della tradizionale retorica, anche al di fuori dello stile barocco; ma in Moreto questo carattere passa più inosservato, poiché le varie proposizioni si incastrano in un processo di pensiero che segue un'interiore dialettica. Processo non rigido, anzi spesso allentato per il gusto della frase elegante e della sottigliezza intellettualistica, ma ugualmente fornito d'una sua logicità233.

Quanto s'è detto per le ipotetiche vale per le interrogazioni retoriche in generale (reperibili in ogni pagina e spesso accumulate), le quali appunto sono non di rado veri interrogativi che il personaggio si pone in un interiore dibattito234.

Accanto a queste proposizioni, ritornano ancora, con discreta frequenza, le causali, le finali e le concessive.

Soprattutto queste ultime, in forma spesso reale ed introdotte da quell'aunque posto da Quevedo tra i vocaboli del linguaggio culto235, s'adeguano alla dialettica del pensiero moretiano, il quale procede logicamente attraverso rapporti di causa ed effetto, nonché per limitazioni e precisazioni.

In qualche caso è talmente avvertito il bisogno di chiarificazione che l'autore non esita ad impostare una serie di concessive in rigorosa concatenazione.   —201→   Ecco un passo del discorso che Lisardo rivolge al suo capitano (De fuera vendrá... III, 12, 76):


...aunque ha dicho
el Alférez, de bizarro,
que a fingirlo nos movió
socorro tan necesario,
la verdad es que fue amor,
y aunque son yerros entrambos,
amor o necesidad,
el de amor es más honrado;
y aunque éste más os ofenda...


Si tratta veramente di pensieri che germogliano l'uno dall'altro, mentre piuttosto tenue ne è l'effetto retorico236.

In tutto ciò traspare un sottile gusto per le distinzioni che, nel discorso riferito ora, è sottolineato anche da altre espressioni: lo primero... lo segundo... caso que...237, le quali fanno pensare alle dispute degli scolastici e dei casuisti.

Quel che invece colpisce è la scarsezza di proposizioni temporali, ma se ne capisce facilmente il motivo. I personaggi moretiani parlano un linguaggio intellettualistico lontano dalla visione popolare della realtà colta semplicisticamente come successione cronologica di fatti ed esperienze. I fatti si dispongono dinanzi alla loro mente in un rapporto vicendevole d'ordine filosofico, anziché storico, e sono pertanto esaminati in una successione dialettica; rispondono insomma ad una cronologia interiore che necessariamente prescinde da una materiale determinazione di tempo.

Tuttavia, nonostante il procedimento logico, il   —202→   linguaggio di Moreto non risulta affatto stringato; e questo deriva non solo dall'abile uso dei ricorsi retorici tradizionali, ma anche dalle frequentissime proposizioni esplicative che s'inseriscono, con valore leggermente parentetico, nello svolgimento del pensiero.

Collocate spesso in posizione lievemente subordinata per mezzo del tradizionale que, o coordinate per asindeto per mezzo dell'avverbio pues, ottengono il risultato di attenuare l'ipotassi o, viceversa, di movimentare la paratassi, in modo che il periodo si distenda in maniera più ampia e snodata.

Per un altro verso, rispondono anch'esse all'esigenza di chiarire definitivamente il pensiero, spiegandone valori più nascosti e relazioni che potrebbero passare inavvertite, spesso fissando in una sentenza il «caso» generale, per così dire, la legge universale che si vuole applicare nella situazione specifica.

Infine, corrispondono pure al desiderio di nobilitare l'elocuzione, che ne risulta particolarmente amplificata.

Ecco qualche esempio, fra i numerosissimi che s'incontrano ad ogni passo:


Por él el perdón os pido
destas lágrimas que vierto;
que no se ofende el decoro
de las lágrimas del ruego.
Preso, Señor, le tenéis,
con escándalo del pueblo
y con rigor: no lo extraño
si la causa considero;
porque si...


(La misma conciencia acusa, II, 3, 109)                


  —203→  

Engañar yo su deseo
no es digna acción de mi fama;
que no se excusa la muerte
cuando la vida es tirana.


(Lo que puede la aprehensión, III, 5, 182)                



Asegurad con su muerte
en vuestras manos el cetro;
que en vos es justa venganza
lo que traición en su pecho.


(Industrias confra finezas, II, 6, 276)                


Non è raro che queste frasi intercalate, per un processo di germinazione, s'accumulino e s'incastrino in una sorta di ampia parentesi, resa complessa dalla serie di subordinate che si sviluppano l'una dall'altra, come nel passo seguente:


Hermano, siento tu mal;
que aunque no sé qué es amor
(¡Oh, si esto fuera verdad!),
al oír aquella letra,
me llega al alma el pesar,
porque al verte padecer
por ver que llorando está
otro dueño esta hermosura,
como en nuestros pechos hay
una misma sangre, tiene
tal simpatía de tu mal
con mi propio sentimiento,
que siento yo este pesar
del mismo modo que tú;
y cuando llorando estás...238


(La fuerza de la ley, III, 2, 95)                


Periodi esplicativi di questo genere giovano anche ad attribuire ampiezza e tocchi di razionalità ai   —204→   discorsi puramente espositivi, soprattutto a quelli che hanno lo scopo di narrare l'antefatto della commedia: basti citare per tutti la lunga parlata di Carlos nel Desdén. In questi discorsi anzi è avvertibile il gusto razionale della ricapitolazione e della messa a punto, reso più evidente dai frequenti Ya sabes..., No ignoras... simili.

Questi cenni che abbiamo fatto a talune caratteristiche della sintassi moretiana non possono che dare un'idea approssimativa della personalità di questo stile; la quale balza invece evidente e completa dalla reciproca connessione delle frasi e dei periodi. E' qui, nel contesto, che si scopre la particolare nota dell'agudeza moretiana.

Finora abbiamo citato brevi passi in cui l'agudeza ha modo di brillare e colpire a causa della rapidità con cui viene enunziata. Quando però il discorso si fa più lungo e complesso, allora interviene una certa modificazione: l'artificio della trovata ingegnosa lascia il posto alla genialità di un discorso perfettamente architettato, in cui l'autore si compiace dell'armonica disposizione delle parti e della seduzione che nasce dalla lucidità del ragionamento, il quale, a fil di logica, conduce, di deduzione in deduzione, alla soluzione dell'enunciato. Non vorremmo tuttavia venir fraintesi: non si tratta del ragionamento di un filosofo, e lo spunto è spesso baroccamente acuto; l'interesse si appunta essenzialmente sul virtuosismo dello svolgimento, che è, a sua volta, un'acutezza.

Un certo numero d'esempi proviene dalle glosas, che erano, anche nella vita reale, autentici funambolismi dell'ingegno239, e che non potevano mancare   —205→   nel mondo accademico e cortigiano di Moreto.

Ma, trattandosi d'un genere molto in voga, preferiamo tralasciarle, per soffermarci invece su alcune parlate che, trascelte qua e là, danno prova della particolare predilezione dell'autore per questo genere di gioco ingegnoso.

Ecco un lungo discorso, sostenuto in perfetto equilibrio da simmetrie e rispondenze, di cui riportiamo solo l'essenziale, affinché più facilmente se ne colga l'abile architettura. Siamo nel Lindo Don Diego: Inés prega Don Diego di rinunziare alla sua mano per el lustre de la sangre que os alienta; e subito aggiunge una raffinata acutezza:


La dificultad está...
en que siendo contra vos
os pido a vos la defensa.
Mas cuanto puedo ofendero
os pago en querer atenta,
que si habéis de ser vencido,
vuestro sea el venicimiento.


Poi gli spiega la ragione della sua ostilità alle nozze con lui e lo prega di opporvisi, come caballero e come amante. Segue una delucidazione (De caballero, porque... de amante, porque...), dopo di che il ragionamento, procedendo per antitesi od analogie, risale al punto di partenza, con un procedimento per così dire parabolico. Inés ha finora condotto il suo discorso su quattro punti essenziali: el lustre de la sangre, la richiesta di difesa fatta a Don Diego contro lui medesimo, la sua avversione a queste nozze, e il dovere di caballero e di amante.

  —206→  

Ora, in contrapposizione a quest'ultimo punto, conclude:


Vencer mi aborrecimiento


con la violenza


...es acción tan descompuesta...


mentre invece, per analogia,


       en dejarme...
vuestro decoro interesa.


Ed ecco la seconda conclusione, che s'appaia con la dichiarata avversione alle nozze:


Vos, Don Diego, habéis de hacer
a mi padre resistencia...


La terza è una ripresa del secondo punto e, simetricamente, si svolge attraverso una serie di acutezze:


Tenéos vos para venceros
por otro en la competencia
y lograd de vos mandado
a vos vencido, la empresa.
Que si por el gran contrario
más la vitoria se precia,
vos no podéis escoger
enemigo de más prendas.


E infine, al lustre iniziale vien contrapposto il desdoro che cadrà su Don Diego, se egli si comporterà diversamente:

  —207→  

pues donde acaba mi vida,
vuestro desdoro comienza.


(El lindo Don Diego, II, 4, 359)                


Il discorso, che s'è necessariamente sunteggiato, mostra, nella sua completa estensione, un andamento sintattico altrettanto elaborato e duttile.

Viene introdotto da un ampio periodo ipotetico della realtà (si el lustre, / de la sangre que os alienta...) e subito entra in medias res con due principali seguite da proposizioni esplicative, che espongono i pro e i contra della situazione: La dificultad está... Mas...

Quindi viene inserita un'ampia narrazione del caso particolare, dello stato d'animo della fanciulla ecc., con andamento essenzialmente paratattico.

Poi, nel punto centrale del discorso, quando esso si fa più incalzante, tre ipotetiche reali esaminano tutti gli aspetti del dilemma, che vengono opportunamente definiti dalle causali seguenti (de caballero porque...; de amante porque...); al termine di un ragionamento tanto stringente ecco infine l'illazione rigorosa: Luego en dejarme...

Segue ancora un ampio discorso parentetico, che si esprime opportunamente attraverso la paratassi (movimentata, al solito, da numerose frasi esplicative), al termine del quale riappaiono i corni del dilemma: Si vos no lo repugnáis... y si deseáis mi mano...

Da ultimo si leva un minaccioso Pero mirad..., finché il lungo discorso giunge alla sua conclusione, resa stringente dalla presenza d'una causale: pues donde acaba mi vida / vuestro desdoro comienza.

  —208→  

Come si vede, anche la disposizione dei periodi corrisponde ad un'esigenza di simmetria: le tre parti in cui prevale l'ipotassi imperniata sulle ipotetiche sono separate, ad intervalli pressoché identici, dai due lunghi passi essenzialmente paratattici. Accanto alla compiaciuta abilità dialettica, Moreto possiede anche la sapiente padronanza dei mezzi espressivi adeguati.

La stessa struttura riscontriamo nella scena di gelosia in cui Federico accusa Porcia di lasciarsi corteggiare dal re (Primero es la honra, I, 6, 230/1).

Questo discorso, sebbene riveli le medesime caratteristiche architettoniche del precedente nello svolgimento del pensiero, ne differisce tuttavia per la diversa articolazione sintattica. Gli è che, mentre il primo sviluppava un ragionamento rigoroso espresso con chiarezza e senza esitazioni, qui il tono si fa lamentevole ed incerto ed il ragionamento si svolge non senza titubanza. In armonia con questa particolare situazione, mentre la prima parte, essenzialmente espositiva, procede per paratassi, nella seconda s'incontra un'abbondanza di concessive che sottolineano tutte le limitazioni della decisione assunta da Federico di abbandonare Porcia: aunque sea en desprecio / del amor que me apasiona...; aunque me culpes...; aunque no sea agradecida...; aunque así lo conozca... ecc.

Esaminiamo ora la parlata di Seleuco, avvedutosi dell'amore del figlio per la sua promessa sposa. La sua struttura è semplicissima: ad eccezione di due ipotetiche nella parte centrale, in cui è rapidamente dibattuto il dilemma, essa procede per paratassi appena variata da qualche incidentale e da rare deboli subordinate.

  —209→  

Il re si trova a dover fare una scelta dolorosa, che così esprime alla regina:


el empeño que refiero
es, señora, lo primero
entre vuestra estimación
y mi propria obligación
y lo que al Príncipe quiero.


In questi cinque versi è proposto il tema che poi verrà chiosato. E' interessante rilevare che nell'impostazione non v'è nulla di artificioso: si tratta di un dramma comprensibile, esposto in maniera piana e senza alcuna sottigliezza. Ma l'artificio, l'agudeza, sta nello svolgimento, in cui il poeta, con un'abilità da giocoliere, palleggia le tre antitesi, sfruttandone tutte le possibili risorse. Non si tratta dunque di un ragionamento vero e proprio, ma di un virtuosismo essenzialmente verbale che, sotto l'apparenza di una struttura logica, rasenta il sofisma. Infatti Seleuco, dopo aver contrapposto vuestra fe, mi amor, la obligación de padre, così prosegue:


En empeño tan cruel
no se vio pecho ninguno,
padre, esposo, amante y fiel,
pues entre mí, vos y él,
hoy he de faltar al uno.
Faltarme a mí es tiranía;
faltarle a él impiedad;
faltar a vos grasería;


Poco dopo soggiunge:


mas me veo, siendo infiel,
sin mí, sin él y sin vos.


  —210→  

E conclude invitando la regina a sposare Antioco: è l'unico mezzo per


       no estar
sin él, sin vos y sin mí.


Infatti:


así os doy mi corazón
donde le tengo más fiel.
En él, Señora, os poseo,
y él me tiene a mí consigo.


La supplica infine di accettare,


porque así sólo me veo
con él, con vos y conmigo.


(Antíoco y Seleuco, III, 4, 51)                


Ed è anche notevole un altro fatto: nonostante che il discorso sia imperniato su di un unico concetto, appare tuttavia variato; ciò dipende, oltre che dalla scioltezza del linguaggio, anche dall'abile disposizione dei tre termini antitetici, mescolati continuamente fra loro in tutte le combinazioni possibili240.

Non è tuttavia questa la forma prediletta da Moreto, il quale tende, di preferenza, verso strutture sintattiche più complesse, che raggiungono lo scopo di dare alla frase un maggior rigore logico. Certo siffatta predilezione per ragionamenti sottili ed abili può anche condurre, di sottigliezza in sottigliezza, al sofisma vero e proprio. Non c'è da stupirsene; il sofisma è una delle più raffinate forme di acutezza ed è presente, quantunque in maniera velata, anche nei passi che abbiamo or ora esaminati. Talvolta appare più scoperto ed allora, quasi a sottolinearne il carattere acutamente ingegnoso,   —211→   l'autore ricorre alle più rigide strutture sintattiche.

Di tal genere è, per fare un esempio, la battuta pronunziata da Demetrio ne La fuerza de la ley: egli chiede al padre di farlo uccidere, perchè, fra le due morti, quella per amore e quella dettata dalla severità del padre (l'una in senso figurato, l'altra reale), preferisce la seconda che gli abbrevierà la morte.


Siendo mi amor mi homicida


Finora si tratta di acutezze relativamente facili; ed ecco sopraggiungere il sofisma.

L'amore, dice, è nel suo sangue: lo generò il padre in lui: come potrà dunque questi ordinargli di seguire il suo comando (di sposare una fanciulla che non è quella da lui amata)


¿antes que el ser que me dio?
Y si mi amor es en mi ser...
cuando le llegue a vencer
¿con qué le he de obedecer,
si el amor no me lo quita?


(I, 8, 85)                


E così prosegue nel tentativo di giustificare, per questa via, il suo amore non approvato dall'autorità paterna, per concludere, infine, dichiarando illegittima la severità del padre241.

Esaminato nella sua integrità, il passo è costituito da una serie di ipotetiche accompagnate da illative (spesso nella forma dell'interrogazione retorica) strettamente concatenate fra loro, cosicché il ragionamento, quantunque sofistico, ne esce con l'impronta d'una sua interna logicità.

  —212→  

S'è voluto esaminare qualcuno degli aspetti più salienti che il ragionamento assume nella pagina moretiana; non è detto che non se ne possano trovare altre forme, anche se queste rimangono le più tipiche. S'intende che esiste pure una larga parte, che volutamente si è trascurata, di ragionamenti più ordinari, privi di acutezze o appena sfiorati da esse.

Orbene, per concludere, ci pare interessante istituire un breve raffronto tra un passo di Moreto, evidentemente plagiato, e quello del modello. Quest'ultimo, tratto da El Rey Don Pedro en Madrid, possiede, nella serie di coordinate e di relative, un piglio tagliente ed incisivo. E' il re che, dopo aver vinto Don Tello, gli si rivolge con arroganza:


       Yo
soy quien aquí cuerpo a cuerpo,
como tú lo deseabas,
te he dado a entender que puedo
hacer hombre con la espada
lo que rey con el respeto.
Y considera, cobarde,
que con la vida te dejo,
por ser menos que el cantor
y que el clérigo que he muerto
en Sevilla, por quien tú
hiciste tan gran desprecio
de mí, y por darte a entender
que los reyes en su asiento
soberano son más que hombres,
por la deidad que hay en ellos
y también más que hombres son
en la ocasión y el aprieto.


(El Rey Don Pedro en Madrid, III, 10)                


  —213→  

Passando nel Valiente Justiciero, il discorso si fa più breve e contemporaneamente acquista una strettissima concatenazione, riducendosi ad un solo periodo fortemente ipotattico:


       Sí, don Tello,
que lo que tú deseabas
te he mostrado cuerpo a cuerpo,
parando tu vanidad,
porque veas que eres menos
que el clérigo y el cantor
que maté a caso riñendo
con más aliento que tú,
para que sepas que puedo
hacer hombre con la espada
lo que rey con el respeto.


(El valiente justiciero, III, 11, 347)                


Il che comporta anche variazioni di tono: nel modello di Lope, o di scuola lopesca, parla, con barbara grandezza, un re offeso nella sua maestà, accostando una serie di martellate sentenze; nel passo moretiano, il monarca, fattosi più cortigiano, espone i medesimi concetti in un discorso perfettamente architettato, snodantesi con dialettica serenità.

Una disamina del vocabolario di Moreto, che limiteremo, per non cader in minuzie, a sostantivi ed aggettivi, conferma quanto s'è detto finora.

E' il vocabolario che s'addice a questo teatro: composto, non triviale, ma neppure dovizioso, rivela anch'esso l'equilibrio dell'autore. Manca il sostantivo peregrino o l'aggettivo rilucente, ma la posizione del   —214→   vocabolo nel corpo della frase è sempre attentamente soppesata in modo da creare un'armonica impressione d'insieme.

E' ben vero che possiamo incontrare vocaboli che suonano peregrini all'orecchio del moderno, o per una certa carica d'affettazione, o per l'insistenza con cui ritornano. Tra i sostantivi: demasía, brío, bizarría, rendimiento, valimiento, fineza, delirio, ceguedad ecc., nonché i frequentissimi discreción e grosería; tra gli aggettivi: esquivo, tirano, cruel ecc., nonché loco, ciego, necio, discreto, grosero, di cui s'è parlato a suo tempo.

In realtà si tratta in generale di termini correnti nella prosa de galanes e simili, cui non solo Moreto ed altri letterati attinsero, ma tutta l'elevata società del tempo242.

Quel che importa invece rilevare è che la scelta del vocabolo non è mai casuale, ma risponde all'ideale di proprietà e chiarezza.

Rara è, per esempio, la semplice accumulazione di sostantivi od aggettivi e, quando appare, risponde a determinate esigenze. Cosicché un personaggio che parli adirato all'improvviso può anche uscire in questa accumulazione:


       traidor,
falso, aleve y desleal


(Lo que puede la aprehensión, III, 15, 186)                


In genere però l'accostamento è dosato. Ecco un caso di distinzione: Carlos dice d'aver voluto vedere se la corte fatta a Diana

  —215→  

era por galantería,
gusto, opinión o violencia
de su hermosura divina.


(El desdén con el desdén, I, 1, 2)                


I quattro vocaboli, come si vede, non sono gratuiti. Talvolta l'accostamento trae motivo dall'antitesi:


nieve, ardor, llama o ceniza.


(Ibid., I, 3, 2)                


Talaltra i vari vocaboli dell'eccitazione amorosa si dispongono secondo le leggi del climax243. Ecco gli effetti d'amore (climax discendente):


       lástimas, desdichas,
lágrimas, ansias, lamentos,
suspiros, quejas, sollozos.


(Ibid., I, 7, 6)                



se ha convertido en delirio,
en ansias y desconsuelos,
penas, congojas, suspiros...


(Lo que puede la aprehensión I, 1, 168)                


Frequentissimi sono in Moreto i giochi di parole di cui i più semplici sono fondati su analogie o ambiguità fonetiche, o semantiche.

Un poco elaborato il seguente:


fiero el adorno, hermosa la fiereza.


(Lo que puede la aprehensión, II, 2, 74)                


Comici sono i seguenti:


es un mismo serafín.
Será fin y dará fin...


(Lo que puede la aprehensión, II, 2, 174)                


  —216→  

a los trece [días], me parece,
que aunque ella esté en sus trece...


(El desdén con el desdén, II, 1, 7)                


Tra i più complessi, che sono anche acutezze, scegliamo anzitutto un esempio serio:


Aquel talle tan delgado,
que yo pintarle no puedo,
porque es él más delicado
que todos mis pensamientos.


(Ibid., III, 5, 16)                


Comici sono, invece:


Pues él ha de ser llevado,
no me le dé usted traído (un vestito).


(El lindo Don Diego, I, 6, 353)                



es tan delgada tercera
que se sabrá fingir prima


(Ibid., II, 2, 358)                


che ritorna anche altrove.

Più comico il seguente scambio di battute su di una catena, di cui il servo vuol la metà:

VICENTE
Alto, Jusepa, a partir. (ossia dividere)
JUSEPA
Ya parto (hace que se va).
VICENTE
No de carrera.
JUSEPA
. ¿Pues qué?
VICENTE
De cadena.

(La confusión de un jardín, I, 3, 512)                


Sfruttatissimo è questo gioco nei confronti del nome del gracioso, che, come si sa, è di solito anche un nome comune. Avviene con tanta frequenza che   —217→   ci pare sufficiente ricordare quelli relativi più gustosi graciosos di questo teatro, il celebre Polilla del Desdén.

Il nome del gracioso, ma talvolta pure quelli dei personaggi seri, serve anche a coniare dei verbi di sapore comico, il cui significato equivale a «ripetere con insistenza il nome stesso». Così, fra i tanti:


¿Qué han hacer sino cintiar,
laurear y fenisear,
porque dianar es delito?


(El desdén con el desdén, III, 3, 14)                


Di questo tipo sono ancora altri vocaboli comici foggiati da Moreto: sobriniboda, sotacaballerizo, encondecer, emprimar, ecc.

Il che pare confermare quanto si diceva a proposito di certi aspetti della comicità moretiana: il termine insolito ed innaturale o l'uso ambiguo di esso diviene una delle risorse della comicità dell'assurdo.

Se dunque un'analisi stilistica ci ha condotti alla conclusione che, anche sotto quest'aspetto, il teatro moretiano denunzia la predilezioni dell'autore per l'ingegnosità, l'equilibrio e la compostezza (nell'ambito, non ci stanchiamo di ripeterlo, della sensibilità, barocca), vorremmo però dissipare l'impressione, che potrebbe sorgere, di freddezza. Composto non è compassato e non esclude vivacità. Quella vivacità che altri affidava ai voli della fantasia ed alle sprezzature sintattiche, Moreto la deriva dallo scintillio del gioco intellettuale e della costruzione ingegnosa. Anzi, ai   —218→   fini teatrali, questa è una formula delle più efficaci, atta ad imprimere, oltre che particolare freschezza agli scambi di battute, un ritmo più serrato allo svolgimento della trama. L'intermezzo lirico infatti costituisce spesso una remora nell'economia della commedia, mentre il passo meditativo fa parte in genere dell'azione stessa, poiché incide sul suo sviluppo. Una analoga preoccupazione intellettualistica e di logica strutturale determina in fondo il frequente inserimento di musiche e canti, contrariamente a quanto potrebbe sembrare a tutta prima. A questo proposito osserva la Kennedy che Moreto cercò, per mezzo di essi, di supplire alla carenza lirica del suo teatro244: vorremmo precisare che ciò avvenne probabilmente non perché l'autore, avvertita la propria insufficienza, sia corso ai ripari con i mezzi a lui più accessibili, ma perché il canto s'inserisce nell'azione meglio della parentesi lirica. Almeno così come l'usa Moreto: infatti raramente il brano (peraltro sempre breve) rimane isolato come un semplice orpello, ma giova a sottolineare i sentimenti dei personaggi, i quali lo chiosano o ne traggono spunto per considerazioni sul loro agire. E l'unità della pieza ne esce logicamente rinsaldata.

Per le stesse ragioni Moreto evitò le narrazioni a battute alterne e le esclamazioni inserite nel corso della frase, tanto care invece a Calderón, in quanto interrompono lo snodarsi armonico del discorso ed al contempo segnano battute d'arresto nello svolgimento della trama245.



  —223→  

ArribaCapitolo VI

Verso il crepuscolo dell'Edad de Oro


Con una classificazione abbastanza chiarificatrice, il Valbuena-Prat suddivide la storia del teatro barocco spagnolo in tre fasi: de creación, comprendente il ciclo di Lope; de sistema, ossia la scuola calderoniana; ed infine de fórmula, riguardante gi epigoni settecenteschi: Moreto viene ovviamente inserito nella seconda fase246.

L'interesse storico che il teatro moretiano suscita è però determinato dalla sua collocazione, per così dire, all'estremo margine di essa, venendo così a rappresentare l'ultima importante manifestazione drammatica dell'età d'oro.

Moreto seppe, infatti, pur nell'ambito del sistema calderoniano, escogitare un'impostazione personale, che gli permise di far sopravvivere ancora dignitosamente un genere ormai volgente al declino.

Da Calderón a Moreto un processo d'evoluzione è chiaramente avvertibile, sia sul piano stilistico, sia, soprattutto, su quello spirituale, ma il punto di maggiore divergenza fra i due autori sta forse nella concezione   —224→   di vita, pessimistica nel primo, ottimistica, con venature di scetticismo, nel secondo.

Calderón, poeta e teologo, vive profondamente il dramma della Controriforma e lascia continuamente trasparire la sua fiducia nell'uomo e nella realtà mondana: per lui l'uomo ha certo maggiori possibilità di peccare che d'esser virtuoso e le sue possibilità di redenzione stanno piuttosto all'esterno, manifestandosi nel desengaño, che nasce appunto al di fuori dell'uomo, quando la nullità del mondo terreno gli si rivela. Al contrario, i personaggi eletti di Moreto hanno scarse possibilità di sbagliare e comunque i loro errori sono momentanee défaillances, da cui facilmente si riprendono, grazie alle proprie risorse interiori.

L'autodominio dei personaggi calderoniani, per dirla col Valbuena - Prat247, tende ad acudir a lo eterno, a cercare un altro centro di gravità, mentre il personaggio di Morto punta, semmai, alla ricerca ed alla riconquista di se stesso.

La verità è, dunque, in noi stessi, immanente, e la sua ricerca, pertanto, procede senza grandi sbalzi e senza profondi drammi; mentre per Calderón essa diviene ansiosa e tormentata ed i suoi personaggi ondeggiano drammaticamente tra il vero e il falso, tra il reale e il fittizio.

Da quest'ultima posizione sgorga dunque la tensione barocca verso una verità che trascende la personalità umana e la ricerca perenne d'un equilibrio destinato a non esser mai raggiunto; nel nostro autore invece, ci si passi la ripetizione del concetto, l'equilibrio viene finalmente conquistato, sicché il dramma dell'anima barocca si scioglie e si rasserena.

  —225→  

Sotto questo profilo, il teatro moretiano può veramente apparire come uno dei punti d'arrivo, cui lo spinto barocco doveva fatalmente approdare. Per questo, pur senza presentare caratteri propriamente innovatori, e pur inserendosi nel movimento secentesco, di cui eredita gli essenziali postulati, Moreto, riesce a dire ancora una parola originale.

Certamente, però, s'avverte come questo riuscito tentativo di vitalizzare un genere volgente al tramonto si realizzi a scapito dei più intimi motivi animatori di esso. E' un processo d'evoluzione sì, ma verso l'esterno ed in termini più quotidiani e mondani; è un processo insomma verso la superficialità, anche se, come s'è avvertito più volte, tutto ciò rivela ugualmente un sottofondo dottrinario e perfino, almeno nelle intenzioni, ascetico.

D'altronde è chiaro che l'unica possibilità di sopravvivere rimasta all'antica formula era precisamente quella di adeguarsi alle diverse esigenze spirituali dell'età nuova. Ma è altrettanto vero che una posizione come quella di Moreto poteva limitarsi a concludere felicemente una stagione teatrale e non a prospettarle aperture nuove. Ora che il contrasto barocco s'è composto, ora che il teatro d'origine lopesca è divenuto tenue, delicato, stilizzato, contemporaneamente s'estenua e s'affievolisce.

Le manifestazioni successive, sebbene rivelino qualche esperimento «di cartello», denunziano il cristallizzarsi, la decadenza del genere: né uno Zamora, né un Cañizares, neppure il più sontuoso Bances Candamo saranno capaci di apporti veramente personali e si limiteranno per. lo più ad esasperare i procedimenti   —226→   più esterni della tradizione. E' veramente l'etapa de la fórmula: tutte le risorse del grandioso e dello spettacolare sono sfruttate da questi epigoni: la cura minuziosa dell'apparato scenico, l'accumularsi dei colpi di scena, le abusate agnizioni, il frequente ricorso alle disfrazadas de varón ecc.

Moreto, consapevole delle possibilità proprie e dell'epoca, aveva attenuato, alleggerito i motivi e le formule tradizionali; Cubillo era giunto quasi alle soglie del género chico:costoro, invece, adottando un procedimento inverso, gonfiano, affastellano, tendono al gigantesco, tragico o comico che sia.

Bances Candamo, che pur rimane, dei tre, il più contenuto e dignitoso, non sa sottrarsi a questa tentazione. Egli, che aveva detto di Moreto che fue quien estragó la pureza del Theatro, con poco reparadas graciosidades, dejándose arrastrar del vulgar aplauso del pueblo248, era invece ammiratore devoto di Calderón. Intorno a questo si espresse in termini che lasciano intendere quali fossero le direttrici da lui seguite nel tentativo di accostarsi al grande maestro: D.n Pedro Calderón de la Barca... fué quien dió decoro a las tablas y puso norma á la Comedia de España, así en lo airoso de sus personages, como en lo compuesto de sus argumentos, en lo ingenioso de su contextura y fábrica, y en la pureza de su estilo249.

Il suo teatro sfrutta, per l'appunto, personaggi solenni e grandiosi, vicende intricate in cui ha buon gioco l'elemento sorpresa (non vi mancano né le agnizioni, né le somiglianze di gemelli), nonché uno stile solenne e pomposo, costellato di cultismi, la cui esagerazione   —227→   già rilevava Mesonero Romanos250. Tanto procede in questa ricerca d'uno stile elevato, che elimina praticamente le battute comiche (le graciosidades rimproverate a Moreto), svuotando il ruolo del gracioso, e consegue un tono quasi professorale, d'indubbio effetto su di un certo pubblico, ma che rivela la sua intrinseca debolezza.

Dello spirito del maestro e rimasto ben poco: i personaggi, freddi ed astratti, lasciano che l'interesse s'appunti sulla trama, fervida di motivi novellistici, talvolta scopertamente ingegnosa.

Qualche figura parrebbe ricalcare i temi moretiani della discreción o della necedad, ma in realtà rimane piuttosto all'esterno: per fare qualche esempio, Trajano, nella sua opposizione a Camilo (El esclavo en grillos de oro) o Margarita ed Enrique nel Duelo contra su dama, rivelano una discreción che è solo più abilità di raggiungere il proprio scopo con trovate ingegnose o di cavarsi dagli impicci.

Tuttavia Bances, grazie alla sua fedeltà al modello calderoniano, riesce ancora a mantenere una certa complessiva dignità e dimostra, come affermava lo Schack, lo que puede hacer un poeta de facultades medianas, cuando con amor y abnegación se consagra al estudio de algún célebre modelo251.

Una ripresa decisamente esteriore delle formule passate rivelano Zamora e Cañizares. Il raffronto con il loro teatro è tanto più significativo, in quanto essi affrontarono, per lo più, i generi già trattati da Moreto.

Anzi, diviene quasi un passaggio obbligato, quando si prenda in esame la comedia de figurón, per cui al Lindo Don Diego moretiano vengono accostati   —228→   El hechizado por fuerza di Zamora ed El Dómine Lucas di Cañizares. Si tratta di opere destinate, per la loro stessa struttura, ad incontrare il favore del grosso pubblico; e, sotto quest'aspetto, non è da dubitare che il successo delle ultime due abbia eguagliato, se non superato, quello ottenuto dal Don Diego.

Soprattutto El Dómine Lucas rivela l'abilità di un commediografo che, conoscendo la psicologia degli spettatori, riversò nella pieza tutti gli ingredienti della comicità popolare, tanto che Mesonero Romanos giunse ad affermare che, in questo genere, «nadie rayó tan alto»252.

Non ci soffermeremo su di un preciso giudizio di merito, né di questa commedia né di quella di Zamora, il che esorbiterebbe dai limiti del nostro lavoro, ma è indispensabile che si facciano alcune considerazioni d'altra indole.

Si deve anzitutto richiamare quanto già si disse in generale a proposito di queste tardive manifestazioni: gli autori riprendono gli spunti offerti dal teatro precedente, ma li sfruttano in maniera estrema, esasperata, cosicché le linee essenziali del genere riaffiorano in queste commedie quasi deformate nei modi della caricatura.

La prima osservazione da farsi è appunto che lo spirito della commedia de figurón è completamente tradito in queste opere: il figurón, Don Claudio o il Dómine Lucas, non è più un personaggio propriamente comico, alle cui spalle nasca il riso dello spettatore, ma si appropria il ruolo del gracioso, destando il riso con le sue battute di spirito. Il tono generale diviene di conseguenza burlesco e la commedia   —229→   ondeggia fra lo spirito della novela picaresca e quello dell'entremés. Quest'ultimo aspetto è particolarmente evidente nell'opera di Cañizares, in cui tutti quanti i personaggi usano un linguaggio da trivio, con notevole compiacenza per ogni forma di volgarità farsesca253. D'altronde lo scopo di questo lavoro è solo di far ridere, senza altri intenti, come dichiara esplicitamente l'autore nel commiato:


reconociéndose indigna [la commedia]
de aplauso ni admiración,
se contenta con la risa.



Indulge meno alla volgarità la commedia di Zamora, ma anch'essa ricerca il comico in motivi esteriori: mancando il gusto per il comportamento dei personaggi, si ricorre alle battute spiritose, alle situazioni buffonesche (il grottesco arredamento della camera di Lucía, il Dottore travestito da donna) e nel complesso lo spirito dominante è novellistico, poiché l'interesse principale riposa nell'accavallarsi di scene e nell'orditura della beffa.

In entrambe poi s'avverte un bisogno di colmare i vuoti d'un'azione troppo esigua con sempre nuove trovate, con complicazioni superflue, sino a perder di vista il filo della vicenda (El Dómine Lucas quasi si smarrisce nell'intrico delle scene): insomma appaiono tutti i sintomi della decadenza d'un genere che non si regge più per intima forza e coerenza.

Che dire delle rielaborazioni? Rispondono al medesimo gusto di esteriorità, di éclat, perdendosi totalmente lo spirito che animava gli originali. Basti citare la rielaborazione del Burlador de Sevilla fatta   —230→   da Zamora in No hay plazo que no se cumpla, ni deuda que no se pague, y convidado de piedra, con titolo tanto pomposo ed esuberante.

Alla problematica del dramma tirsiano è qui sostituita la pura spettacolarità di una trama complicata e spesso superflua, di vicende che raramente trovano la loro giustificazione e scadono nell'inverosimile, dell'apparato scenico elaboratissimo (come sottolineano le ampie didascalie). Lo stesso finale, con la conversione di Don Juan, dimostra quanto l'autore sia rimasto all'esterno della concezione tirsiana.

Queste ed analoghe osservazioni si potrebbero ripetere per La más ilustre fregona di Cañizares (rielaborazione della novella cervantina) ed in genere anche per le commedie originali di questi epigoni.

Il processo verso l'esterno, che si rilevava in Moreto, si è dunque concluso, com'era nella logica delle cose, nella vacuità della pura preoccupazione formale254.

D'altra parte, proprio perché collocato in quel delicato punto in cui il teatro secentesco si conclude con una sua ultima dignitosa esperienza, ed in cui già sono racchiusi i germi della decadenza imminente, Moreto non poté essere l'anticipatore di nuovi sviluppi.

Ché se, badando superficialmente alla razionalità di questo teatro, alla sua compostezza, all'indagine dei rapporti sociali, si volesse scorgere in Moreto il precursore del teatro settecentesco di marca francese, si cadrebbe in un facile errore di prospettiva o per lo meno si uscirebbe in una proposizione vera solo a metà. E' chiaro che non esiste una storia di fatti culturali chiusi in se stessi ed isolati; da quest'angolo   —231→   visuale il teatro di Moreto può ben apparire uno dei tanti anelli di quel processo evolutivo che da Lope de Vega conduce a Moratín, ed è logico che, in questa prospettiva, Moreto appaia più vicino a Moratín di quanto non lo sia Lope, così come la Spagna degli ultimi Absburgo fu più vicina alla Spagna dei Borboni di quanto non lo fosse quella di Filippo II e III. Ma coloro che parlano di precorrimenti moretiani non alludono certo ad una posizione di questo tipo e pensano ad un Moreto proiettato verso il secolo XVIII e rappresentante d'uno spirito nuovo255.

Certo, chi badi a talune superficiali apparenze, può anche credere di trovare sufficienti vincoli di parentela fra i due autori: la predilezione per gli atteggiamenti razionali, nei personaggi e nella struttura dell'opera, l'eleganza e la scioltezza del linguaggio sono infatti aspetti reperibili nell'uno e nell'altro scrittore (e, vorremmo aggiungere, in chissà quanti altri).

In realtà però, ove appena si scenda più a fondo, e se ne colgano la genesi ed il significato, si vedrà la differenza sostanziale dei motivi animatori; non solo, ma una più completa disamina del teatro moratiniano rivela pure la presenza di motivi ignoti al nostro autore, quali l'atteggiamento critico -di marca illuministica- nei confronti della società e della tradizione, l'ironia e la satira, l'indagine psicologica condotta sull'uomo come un problema scientifico, non sul personaggio (che è cosa comunque diversa dalla capacità d'analisi psicologica che qualcuno ha creduto di scorgere in Moreto), la ricerca tecnica ed il rispetto delle regole, intesi, l'una e l'altro, come conditio sine qua non dell'opera teatrale, l'imitazione del   —232→   teatro francese, motivi insomma caratteristici del secolo XVIII.

Ne El sí de las niñas, a tutta prima, pare di scorgere somiglianze generiche con i personaggi moretiani: Don Diego si direbbe il dicreto che supera razionalmente la passione, altrettanto discreto Carlos che rinunzia all'amore per un valore superiore, Doña Francisca la recatada eroina dell'opera. Ma una più attenta lettura ci convince che si tratta di pura apparenza.

Anzitutto nei due innamorati c'è una malinconica accettazione di una situazione sociale ingiusta, che è irreperibile nel teatro moretiano, in cui invece si lotta d'astuzia e non ha luogo la rinunzia ad un amore puro, soprattutto perché la priorità, nell'amore, è un vero diritto di precedenza; ed inoltre il recato della fanciulla non è mal supina obbedienza (sono invece assai frequenti le ribellioni). In tutto il teatro secentesco poi, il galán non sottostà ai voleri di un vecchio rivale, ma semmai se ne fa beffe ed escogita macchinazioni atte ad ingannarlo, a meno che intervengano i lumi della ragione a farlo desistere256.

Il vecchio irrazionale-razionale è, come s'è visto, un tipo moretiano, ma è diversissimo da Don Diego: dapprima è trascinato da una passione illegittima o peccaminosa ed in un secondo tempo trova, nella sua razionalità, il desengaño che lo riconduce alla virtù. Don Diego invece non è passionale: è un malinconico vecchio, desideroso di compagnia giovanile, che cova già in sé, fin dall'inizio dell'opera, il suo desengaño. La sua bontà è innata e lo sforzo che dice d'aver fatto per compiere il gesto magnanimo non è   —233→   molto appariscente; egli è un personaggio quieto, amabile, ormai ottocentesco.

Il tutto poi è avvolto nella satira sociale-pedagogica, totalmente assente in Moreto e che costituisce invece la tesi dell'opera moratiniana. E il sottofondo è il filantropismo illuministico, la morale sociale pratica e quotidiana, laddove in Moreto predominava una morale, bensì di rapporti sociali, ma idealizzati ed aristocratici.

I motivi fin qui analizzati, e le differenze tra i due autori, sono ancora più evidenti se si prende in esame La Mojigata, di più scoperto intento polemico, per non parlare delle commedie precedenti, la cui tesi illuministica è fin troppo evidente.

Ed è infine da aggiungere che quel tono d'eleganza e di raffinatezza, quel tocco di Versailles che s'è creduto di ravvisare in Moreto, non trova riscontro alcuno nel teatro del settecentesco Moratín.

Questi fu dunque l'innovatore, l'iniziatore del teatro moderno. Il barocco è ormai sepolto quando i suoi personaggi calcano le scene; sepolti il gusto scenografico, il linguaggio culto, la problematica controriformista, la grande epoca d'oro è un ciclo concluso e lo spirito umano sta battendo altre vie.

Una posizione più accettabile, sebbene con qualche riserva, è quella assunta dal Valbuena-Prat, il quale crede di scorgere nei toni più morbidi e musicali di Moreto un preludio a certe manifestazioni del secolo seguente, come l'opera buffa.

Como en Cubillo -sostiene il critico nel capitolo dedicato a Moreto- se prepara el espíritu del siglo XVIII: música, galanteo, fusión de las figuras   —234→   con el paisaje.... adivinamos en las comedias finas de Moreto una gracia de «minuetto», que lleva a las piezas más delicadas de Mozart257.

Affermazioni che si possono sottoscrivere, ove se ne moderi la portata. Certe tonalità aggraziate del melodramma e, più vastamente, dello spirito settecentesco preilluministico possono essere facilmente accostate all'opera di Moreto. Occorre però subito precisare che le somiglianze vanno intese solo su di un piano superficiale e per di più non molto esteso, perché nel teatro moretiano circolano motivi informatori che rimarranno sconosciuti alle manifestazioni del secolo XVIII e perché l'aspetto melodico ed idillico non è affatto il preponderante nell'opera del nostro autore, sebbene vi abbia una larga parte.

Dopo tutto, più vicini al clima dell'operetta sono gli epigoni Zamora e Cañizares, nei quali l'elemento musicale è più sfruttato che in Moreto e più spiccata la predilezione per i toni facili e popolari. In conclusione, Moreto prelude a certi aspetti settecenteschi nella misura in cui il barocco prelude al rococò e taluni circoscritti aspetti del teatro recitato preludono al melodramma.

Crediamo invece che non si possa affatto accettare l'ipotesi di veri precorrimenti spirituali o ideologici e pertanto riteniamo poco convincente l'opinione espressa dallo stesso Valbuena-Prat, secondo cui il ruolo, talvolta assunto dal gracioso, di guida, di organizzatore, e quasi di pernio dell'azione, preannunzierebbe le successive concezioni sociali del teatro francese che porteranno a collocare il personaggio plebeo al centro della commedia258.   —235→   l'ipotesi sia seducente, non ci pare che bastino a giustificarla un Polilla, un Guijarro o altri graciosos ancora, quando l'impostazione generale del mondo in cui essi si muovono è spiccatamente aristocratica, anche se, in base ad una lunga tradizione che ha radici nella picaresca, lascia un posto, più o meno ampio, alle trazas d'un ingegnaccio plebo, pícaro o gracioso che sia. Sebbene