Vtilidad ("Celestina", Trag. XIV, 242.8)1
Patrizia Botta
È ormai da tempo che si viene ripetendo che il testo della Celestina manca a tutt'oggi di un'edizione critica. E si ripete anche che molti sono i brani poco chiari e molte le pagine di notevole difficoltà di lettura per il fruitore moderno.
Spesso si giustifica un qualsiasi dubbio testuale affermando che quella di Rojas è una prosa complessa e ricca, fitta com'è di latinismi ardui e ricercati, di neologismi, di parole trapiantate dall'ambito giuridico, accanto a quelle tratte da un più colorito mondo ruffianesco e popolare. Prosa ricca e complessa, ancora, per l'ampiezza dell'erudizione, per il nutrito gioco degli artifici retorici, per la costruzione sintattica classicheggiante, ma anche per la massiccia presenza di enunciati e costrutti popolari, com'è il caso delle frasi colloquiali e dei proverbi. Di fatto, e non a caso, agli occhi dello studioso, La Celestina è spesso fonte di se stessa: un fenomeno che accade di frequente, quando si ricorre ai consueti strumenti storico-linguistici per chiarire una determinata parola, è quello di riscontrare che la prima e a volte unica documentazione di questa parola è proprio nella Celestina. Il che non risolve affatto i dubbi d'interpretazione, perché, venendo a mancare il supporto di un termine di confronto utile a individuare quell'accezione che non riusciamo a cogliere, torniamo, di rimbalzo, al punto di partenza. E ne consegue una sostanziale inibizione che spesso si traduce in omertà: molti sono infatti gli editori che ristampano, senza alcun commento, brani e parole talvolta incomprensibili.
Altre volte, di fronte a certe lezioni prive di senso, si riconosce d'essere in presenza di una qualche corruttela testuale che viene per lo più attribuita alla travagliata vicenda editoriale attraverso cui la Celestina è pervenuta a noi: almeno due sono le redazioni del testo, entrambe anonime ma attribuibili a Rojas, molti sono i piccoli ritocchi testuali introdotti in edizioni successive che fan pensare a un'ulteriore revisione firmata ancora una volta dall'autore (o da una nuova mano), e molte ancora sono le varianti e gli errori che si accumulano via via nell'abbondante tradizione testuale cinquecentesca dell'opera (che ammonta a una novantina di edizioni in castigliano e a una decina di traduzioni antiche).
Per molti di questi «passi oscuri» si è avuta, anche di recente, una nutrita schiera di eruditi e filologi che hanno risolto, di volta in volta, le difficoltà di lettura. Si sono avute molteplici ricognizioni di fonti sia colte che popolari, numerosi lavori alla ricerca di riscontri in testi coevi e posteriori, e ancora contributi di carattere linguistico-stilistico, come pure studi su singole lezioni e sulle varianti che di esse trasmette la tradizione testuale primitiva o anche seriore.
Ma non tutto è stato chiarito e sono ancora molti i punti che, qualora non considerati erronei, necessitano quanto meno di una spiegazione. Uno di questi è il brano che qui propongo all'attenzione del lettore, e che, se non vado errata, fino a questo momento né aveva costituito l'oggetto di uno studio specifico da parte della critica, né tanto meno aveva offerto agli editori lo spunto per le opportune riflessioni in nota (tranne rare eccezioni). Ma che si tratti di un brano dal significato non ovvio è dimostrato dalla pluralità delle soluzioni testuali che si sono avute sia nella trasmissione antica dell'opera sia, e soprattutto, nelle molteplici traduzioni in altre lingue, tanto coeve come dei nostri tempi.
Il brano si riscontra proprio all'inizio di quella che è l'interpolazione più macroscopica che il testo riceve nel corso della sua non facile vicenda redazionale: l'aggiunta cioè di ben cinque atti interamente nuovi, cui viene dato complessivamente il nome di Tratado de Centurio2. L'aggiunta accoglie, quasi subito, un celebre monologo pronunciato da Calisto, il protagonista maschile dell'opera3. Il monologo, di notevole estensione, è divisibile in due parti principali: una prima parte nella quale il protagonista pronuncia un'invettiva contro un giudice (ed è quella che contiene il nostro brano4) ed una seconda parte, più breve, in cui invece Calisto fa delle considerazioni sull'amore che egli nutre per Melibea, la protagonista femminile del testo.
La sezione del monologo rivolta al giudice è a sua volta divisibile in due momenti distinti: uno, in cui Calisto lo attacca con veemenza accusandolo addirittura di essere un delinquente per avere «ingiustamente» giustiziato due suoi criados, e un altro in cui invece lo difende e finisce per scagionarlo, dicendo che i suoi servi, tutto sommato, erano colpevoli e meritavano quindi l'esecuzione5.
Più di un critico ha sottolineato la contraddittorietà e l'incongruenza di queste due parti del discorso di Calisto, considerandole come un'ulteriore manifestazione della follia cui giunge il personaggio, ormai accecato dalla passione amorosa.
Ma l'incoerenza logica è solo apparente in questo brano, giacché, come ha giustamente osservato Peter Russell6, quel che Calisto sta facendo, in questa sede, è un processo (vero e proprio) al giudice, che egli, tutto da solo, dirige ed organizza, sdoppiandosi prima in accusa e poi in difesa. Nei due casi, si esprime da avvocato esperto e adduce lessico e citazioni direttamente tratte dalla manualistica legale più diffusa, ben nota a Fernando de Rojas, di professione giurista.
Non mancano in proposito i critici che sostengono che questo exploit da toga sia fuori posto in un personaggio come Calisto, giacché nel testo precedente a questa zona interpolata non si parla mai di una sua formazione giuridica. Altri ritengono che proprio in questa aggiunta emergano circostanze del suo passato e familiari di cui, altrettanto, non s'era detto prima: e si domandano il perché di queste sviste. Non è questa la sede per entrare nei meandri di un molto più complesso discorso attributivo e redazionale: limitiamoci a registrare che nelle parti aggiunte, oltre a un'intensificazione del linguaggio popolare, c'è anche un certo aumento del lessico giuridico, che raggiunge la massima espansione in questo brano. Non da ultimo, c'è chi crede che uno sfoggio di erudizione come
Tragicomedia de Calisto y Melibea, Sevilla 1511 (Londra, The British Library, C.20.c.17 [=I]) Atti XII e XIII, ff. F5v e F6v.
Tavola 1
questo sia nato come parodia, volta a produrre sicuri effetti comici su un pubblico di salmantini altrettanto giuristi e intenditori.
Ma veniamo ora alla prima parte del discorso di Calisto contro il giudice, che è quella che contiene il nostro brano. Siamo nel momento dell'accusa, preparato da qualche riferimento previo al dovere di vendetta che Calisto aveva nei confronti de i suoi servi7.
L'attacco al giudice ha inizio con un'apostrofe che al tempo stesso è un'accusa di crudeltà (¡O cruel juez!). Calisto spiega subito che in passato, e per lungo tempo, questi era stato legato alla sua famiglia in qualità di domestico ed era pertanto stato anche compagno dei due servi ora giustiziati. Ma questa retrospettiva familiare serve in realtà a Calisto per introdurre il tema dell'impunità che egli spavaldamente si aspettava da un personaggio vissuto e cresciuto a casa sua:
|
¡Y que mal pago me has dado del pan que de mi padre comiste! Yo pensaua que pudiera con tu fauor matar mil hombres sin temor de castigo... |
| (p. 242, 29-31) | ||
Né manca di rinfacciargli ora la sua bassa estrazione sociale (hombre de [baxo] suelo... tu y los que tu mataste, en seruir a mis pasados y a mi erades compañeros), né di insinuare che ha raggiunto immeritatamente l'attuale posizione (te hizo alcalde mengua de hombres buenos), nella quale peraltro non sa neanche muoversi con la dovuta signorilità del caso (mas quando el vil esta rico ni tiene pariente ni amigo). E passa quindi al tema dell'ingratitudine insospettata, preannunciato da due precedenti note sull'ipocrisia (iniquo falsario, perseguidor de verdad):
| (p. 242, 1-5). | ||
Secondo l'ottica stravolta di Calisto, il giudice, che in fondo ha giustiziato due assassini e che ha fatto in questo modo il suo dovere, è invece colpevole di non essersi mostrato riconoscente nei suoi confronti: più concretamente, doveva chiudere un occhio sull'assassinio di Celestina, al fine di evitare quello scandalo che, ora, Calisto si vede costretto ad affrontare. Quindi, incalzando ancora, egli giunge ad affermare:
per continuare ancora e così concludere la fase dell'accusa:
| (p. 242, 5-17 ). | ||
La lezione utilidad [di un delitto] è quella che in questa sede ci interessa. Prima ancora di formulare un qualsiasi giudizio sulla lezione, o di chiarire il senso, non certo ovvio, del contesto immediato che la accoglie, vediamo piuttosto, e subito, quali sono state le soluzioni testuali che si sono man mano adottate nel corso della tradizione. Ho collazionato il brano in 58 edizioni antiche del testo in castigliano8 e dal confronto è risultato che mantengono la lezione utilidad i seguenti testimoni9:
| Zaragoza 1507 | (=Z ), | Madrid, Acad. de la Historia, 3-7-2/3566 |
| Toledo 1510-14 | (=H), | Londra, British Library, C.20.b.9 |
| Sevilla 1511 | (=I), | Londra, Brit. Libr., C.20.c.17 |
| Sevilla 1513-15 | (=K), | Univ. Michigan, PQ 6426 Al 1502? |
| Valencia 1514 | (=P), | Madrid, Bibl. Nacional, R/4870 |
| Roma 1515-16 | (=J), | Londra, Brit. Libr. C.20b.15 |
| Sevilla 1518-20 | (=L), | Madrid, Bibl. Nac., R/26, 575 |
| Roma 1520 | (=M), | Londra, Brit. Libr., G.10224 e New York, The Hispanic Soc. of America |
| Sevilla 1523 | Vienna. Ost. Nat. Bibliothek, BK 38-B-234 | |
| Sevilla 1525 | Londra, Brit. Libr., G.10223 | |
| Barcelona 1525 | Barcelona, Bibl. Catalunya, Bon-7-III-28 | |
| Toledo 1526 | Londra, Brit. Libr., C.63.c.24 | |
| Sevilla 1528 | New York, The Hisp. Soc. of America | |
| Medina ca. 1530 | Madrid, Bibl. Nac. R/3801 | |
| Venezia 1531 | Madrid, Bibl. Nac., R/12.435 | |
| Barcelona 1531 | Vienna, Ost. Nat. Bibl., BK 185-B-th | |
| Burgos 1531 | Barcelona, Bibl. Catal., Res. 1522-12º | |
| Venezia 1534 | Madrid, Bibl. Nac., R/2877 | |
| Burgos 1536 | Barcelona, Bibl. Catal., Esp-65-8º | |
| Toledo 1538 | Madrid, Bibl. Nac. R/4423 | |
| Lisboa 1540 | Londra, Brit. Libr., C.20.b.13 | |
| Salamanca 1543 | Ripoll, Bibl. Lambert Mata | |
| Anversa s.d. (ca. 1544) | Madrid, Bibl. Nac., R/3340 | |
| Zaragoza 1545 | New York, The Hisp. Soc. of America | |
| Stella 1560 | Cracovia. Bibl. Jagiellonska, Cim. 1282 | |
| Valladolid 1561 | Madrid, Bibl. Nac., R/30.464 | |
| Cuenca 1561 | Cracovia. Bibl. Jagiell., Cim. 5689 | |
| Medina 1563 | Cracovia, Bibl. Jagiell., Cim. 790 | |
| Alcalá 1563 | Madrid, Bibl. Nac., R/8360 |
Pure mantengono la medesima lezione, ma con una diversa grafia (con u iniziale, in due dei casi, e, nel primo, con due i mal tracciate e senza punto, diverse da quelle in uso nell'esemplare) le seguenti edizioni:
| Sevilla 1550 | Vienna, Ost. Nat. Bibl., 622 184-Bth-s | |
| Venezia 1553 | Londra, Brit. Libr., 243.b.38 | |
| ca. 1560 (Ms) | Madrid, Bibl. Nac., Ms. 17.631. |
Accolgono invece la lezione inutilidad le edizioni qui elencate:
| Barcelona 1561 | Roma, Bibl. Nazionale, 6-16-G-41 | |
| Anversa 1568 | Madrid, Bibl. Nac. R/7836 | |
| Anversa 1595 | Vienna, Ost. Nat. Bibl., BK 76-I-3 | |
| Anversa 1599 | Madrid, Bibl. Nac. U/7799, U/8527 e Barcelona, Bibl. Catal. Res. 522-12º |
A un certo punto della tradizione, si comincia a diffondere la lezione qualidad, comune alle edizioni seguenti:
| Alcalá 1569 | Madrid, Bibl. Nac., R/31686 | |
| Madrid 1569 | Roma, Bibl. Nac. 35.10.A.23 | |
| Salamanca 1570 | Londra, Brit. Libr. 11725.a.8 | |
| Toledo 1573 | Madrid, Bibl. Nac. R/8281 | |
| Valencia 1575 | Madrid, Bibl. Nac. R/7840, R/11094 | |
| Salamanca 1577 | Roma, Bibl. Casanatense, Misc. in 8º vol. 527. | |
| Medina 1582 | Madrid, Bibl. Nac., R/7491 | |
| Sevilla 1582 | Madrid, Bibl. Nac., R/24.843 | |
| Barcelona 1585 | Vienna, Ost. Nat. Bibl., 38-M-189 | |
| Salamanca 1590 | Madrid, Bibl. Nac., U/3111 | |
| Alcalá 1591 | Madrid, Bibl. Nac., R/10.197 | |
| Zaragoza 1607 | Madrid, Bibl. Nac., R/11.954 | |
| Madrid 1632 | Madrid, Bibl. Nac., U/1607 |
La medesima lezione, ma con grafia calidad, si riscontra nelle edizioni:
| Alcalá 1575 | Barcelona, Bibl. Univers., B.51/8/27 | |
| Alcalá 1586 | Madrid, Bibl. Nac., R/7045 | |
| Tarragona 1595 | Madrid, Bibl. Nac., R/8776 | |
| Madrid 1601 | Madrid, Bibl. Nac., R/3750 | |
| Madrid 1619 | Madrid, Bibl. Nac., R/11.216 | |
| Rouen 1633 | Madrid, Bibl. Nac., R/241 | |
| Pamplona 1633 | Barcelona, Bibl. Catal., Res. 1518-12º |
Mi è parso utile estendere le indagini anche a due antichi rifacimenti poetici del testo: uno è l'anonimo Romance de Calisto y Melibea, tràdito da un pliego suelto del ca. 1513 (Santander, Biblioteca Menéndez Pelayo) e formato da 680 versi ottosillabici riassuntivi, per sommi capi, dell'azione della Tragicomedia. L'altro è una versione in metro firmata questa volta da un giurista, Juan Sedeño, e pubblicata a Salamanca nel 1540 (Madrid, Bibl. Nacional, R/9683). Quest'ultima segue, più da vicino, il testo della Tragicomedia, e in molti casi le sue lezioni sembrano migliori di quelle che si leggono nei punti corrispondenti del testo in prosa. E non sappiamo se ciò sia dovuto alla maggiore libertà di un rifacimento poetico o se si debba piuttosto al fatto che l'autore si è servito di un originale spagnolo non pervenuto a noi10.
Il nostro brano, nel romance, risulta omesso:
| (fol. 2v. col.a. vv. 610-622) | ||
Nella versione di Sedeño, invece, esso viene così interpretato:
|
|
| (fol. L4r. col.a) | ||
L'esame, sia pur parziale, dei testimoni antichi fin qui condotto consente quanto meno di enucleare quelli che sembrano essere i primi punti fermi relativamente alla trasmissione in lingua castigliana del brano:
- la tradizione primitiva del testo segue compatta, fino agli anni '60, la lezione utilidad. Uniche eccezioni sono costituite dalla versione in metro di Sedeño, che in corrispondenza incorpora una perifrasi di segno opposto, e dal testimone Sevilla 1550 la cui grafia curiosa, in questo punto, sembra denotare un fraintendimento della lezione nell'originale;
- a un certo punto della tradizione, e in particolare a partire dagli anni '60 (epoca in cui il testo riceve un gran numero di correzioni congetturali da parte di umanisti), si ha un netto rifiuto della lezione utilidad, che in seguito non viene più stampata (l'ultima ad accoglierla, fra quelle esaminate, è l'edizione Alcalá 1563);
- al suo posto, si hanno due soluzioni: una, varata in Spagna? (a Barcellona?), e poi seguita compattamente dalle edizioni di Anversa, alcune delle quali plantiniane, e che consiste nel volgere al contrario (inutilidad) una parola che, evidentemente, non si riesce bene a capire in quel contesto. E il risultato non sembra essere migliore. L'altra, un po' più tarda, e assimilabile alle tante correzioni congetturali di questo periodo, è la lezione qualidad (o calidad), che sembra restituire al brano un senso più plausibile.
Dalla tradizione antica del testo in castigliano, ho rivolto poi lo sguardo alle moderne edizioni della Celestina, per verificare quali le soluzioni via via adottate, o quali i commenti in nota di tipo esplicativo. Ho effettuato un sondaggio limitato a una trentina di edizioni, apparse tra l'Ottocento e il nostro secolo, scelte fra quelle più conosciute (e accreditate) e quelle di maggiore diffusione commerciale. Da questo esame è risultato che la maggior parte degli editori moderni del testo ristampa la lezione utilidad senza il minimo commento esplicativo; alcuni (e sono i più) ne modernizzano la grafia trascrivendola con una u iniziale, altri invece mantengono la forma arcaica con la v-. Pochi, infine, accolgono la lezione calidad (e solo in un caso motivando la scelta sulla base di un ragionamento) e un critico soltanto propone un'interpretazione entidad in sede di un'edizione modernizzata del testo. Specifico qui di seguito la paternità di ognuna di queste soluzioni:
| utilidad: | |
| - M. Pelayo/Krapf | 1900 (RAE) (con varianti a p.p.) |
| - Fritz Holle | s.d. (s.i.) (con varianti) |
| - Cejador y Frauca | 1913 («Clásicos Castellanos») |
| - Alda | 1955 (Ebro) |
| - Criado/Trotter | 1958 (CSIC) |
| - Ángeles Cardona | 1967 (Bruguera) |
| utilidad: | |
| - Henríquez Ureña | 1938 (Losada) |
| - s.i. | 1941 («Colección Austral») |
| - Sainz de Robles | 1944 (Aguilar) |
| - Millares Carlos | 1947 (Un. México) (rist. 1964) |
| - Bohigas | 1952 (Montaner y Simón) |
| - Riquer | 1959 (Vergara) |
| - Alcina Franch | 1967 (Juventud) |
| - J. del Val/Merino | 1967 (Taurus) |
| - Severin | 1969 (Alianza: P) «utilidad <cualidad>» |
| - Ezcurdia | 1968 (Porrúa) |
| - Altolaguirre | 1972 («Clás. Cast. del s. XV») |
| - Damiani | 1974 (Cátedra) |
| - Mateos | 1975 (Sopena) (con nota espl.) |
| - s.i. | 1975 («Círc. Amigos de la Hist.») |
| - López Morales | 1976 (Cupsa) |
| - Huerta Calvo | 1982 (Playor) |
| - Piñero Ramírez | 1983 («Selecciones Austral») |
| - Lucas | 1984 (Plaza Janés) |
| - D. del Campo | 1986 (Anaya) |
| - Severin | 1987 (Cátedra: Z) |
| calidad: | |
| - Amarita | 1822 (Impr. Amarita) |
| - Gorchs | 1841 (Impr. Gorchs) |
| - García Moreno | 1958 (Iberia) |
| - Marciales | 1985 (Illinois Univ. Press) |
| entidad: | |
| - Caselles (mod.) | 1975 (Cometa, «Col. Aubí») |
Pochissimi sono gli editori che dimostrano una qualche perplessità di fronte alla lezione utilidad, che pur ristampano. Uno soltanto adduce una nota esplicativa (Mateos, p. 201, n. 6: «su utilidad, su gravedad, su importancia»). Altri si limitano a segnalare la presenza di varianti nella tradizione, ed è il caso di Menéndez Pelayo/Krapf, di Fritz Holle e di Severin-Alianza (tutti: calidad, e solo Fritz Holle anche: inutilidad). I rimanenti editori, infine, ristampano silenti. Anche quanti accolgono la lezione calidad preferiscono non fare alcun commento, ad eccezione di Miguel Marciales, che invece esamina la tradizione (ma non registra inutilidad) e spiega come, a suo giudizio, calidad sia la lezione originaria, a partire dalla quale si è prodotta utilidad che egli considera un'errata evidente (accanto ad un'altra lezione nello stesso brano che egli ritiene altrettanto erronea). Ecco quanto afferma in proposito11:
|
FJM GHKILN [scil: ZPU HIJKLM su u/vtilidad It utilità Sal-70 calidad. La mayoría de las posteriores corrigen la evidente errata. La pronunciación era siempre «calidad» (= calidad + cualidad), pero se dan las grafías calidad, cualidad, qualidad, qlidad; si había la inversión ucalidad, la confusión de -t/c- es constante en los manuscritos. // FJM GHKILN OQRSTUWXBbCcEeGg [scil.: ZPU HIJKLM, Sev 25, Sev 25, Tol 26, Sev 28, Barc 31, Ven 31, Tol 38, Anv 39, Lisb 40, Med 41? (ca.30)]: según las leyes de At(h)enas disponen; las cuales no son escritas (scritas/escriptas/escriptas [sic]) con sangre, antes muestran...- Un texto manuscrito dispuesto más o menos así: lidad segun las leyes disponen las qles no son escritas co sangre coo las leyes de Atenas antes muestran q es es el causante de la errata, de simple trasposición de una línea a otra. Calisto, in mente le argumenta al juez y tiene que alegarle las leyes del país, no las de Atenas; en cambio las leyes de Atenas, las de Dracón, sí estaban escritas con sangre, como se decía. Es increíble que una errata tan burda y tan enmendable se haya mantenido con cacográfica devoción hasta hoy. |
Quanto sia discutibile l'intero ragionamento di Marciales si vedrà dopo. Passiamo ora piuttosto all'esame delle traduzioni del testo in altre lingue, sia antiche sia dei nostri giorni.
Per quanto attiene alle traduzioni cinque-seicentesche della Celestina, ne ho potute consultare 9, su un totale di 1012.
I traduttori antichi solo in due casi mantengono un significato equivalente alla parola utilidad. Il resto delle volte o scavalcano la difficoltà omettendo tout court il brano, oppure scelgono altri lemmi, ma di segno opposto, oppure ancora ritengono opportuno integrare dittologie sinonimiche o intere perifrasi esplicative. Più in particolare13.
| It. Roma 1506 | & minor sua utilita |
| Ted. Augsburg 1520 | [om.] |
| Ingl. Interlude 1525-30 | [om.] |
| Fr. (An.) Paris 1527 | mineur son vtilite |
| Ted. Augsburg 1534 | so werest on zweyfel gmecher gefare |
| Fr. (Lavardin) Paris 1578 | [om.] |
| Ingl. (Mabbe) ca. 1598 | lesse the inconvenience and daunger |
| Lat. Francofvrti 1624 | minus illius detrimentu |
| Fr. (An.) Rouen 1633 | sa qualite en est moindre |
Ideale sarebbe, per tutte queste traduzioni, stabilire su quale testo spagnolo si son basate, per poter meglio vagliare la natura della loro interpretazione. Per l'ultimo caso citato, ad esempio, è cosa facile, giacché si tratta della traduzione francese con il testo spagnolo a fronte, che al punto corrispondente registra la lezione calidad. Per tutti gli altri casi non è altrettanto semplice, anche se delle ipotesi sono state già avanzate: ad esempio, alcuni sostengono che la traduzione francese del 1527 derivi non da un originale spagnolo ma dalla traduzione italiana. Ed è un'ipotesi questa che calza al nostro caso, giacché vtilite può anche derivare da un intermediario italiano utilita (per quanto sia più economico da un originario vtilidad14). E ancora: si ritiene che Mabbe abbia potuto lavorare su una delle edizioni di Anversa, plantiniane15, le quali, come si è visto, riportano la lezione inutilidad. Ma in questo caso, a dire il vero, la doppia dicitura cui ricorre Mabbe, incovenience and daunger, né sembra tradurre la lezione inutilidad, né le altre lezioni concorrenti della tradizione del testo in castigliano: sembra piuttosto essere un'interpretazione, molto libera, di un brano che in ogni caso il traduttore non riesce a capire.
Resta da chiarire quale l'originale della traduzione tedesca del 1534, che in corrispondenza incorpora una perifrasi molto simile alla soluzione in verso di Sedeño (= «così avresti senza dubbio più blandamente proceduto») e quale l'originale della traduzione latina del 1624, che opta per tradurre con un termine opposto a vtilidad, e cioè detrimentu, «danno» (poi, in sede di commento, Barth non torna più su questo punto). Quanto a quest'ultima, lo stesso Barth dichiara nel Prologo d'essersi basato su una plantiniana quae satis incorrecta est meo quidem exemplari, e che Marciales16 crede essere quella del 1601, collazionata poi con un'altra edizione, non sa se Milano 1622 o se la precedente plantiniana 1599. Personalmente non ho potuto vedere né Plant. 1601 né Milano 1622; la Plant. 1599, come si è detto, riporta la lezione inutilidad, rispetto alla quale detrimentu non può che rappresentare un tentativo, analogo a quello appena visto di Mabbe, d'interpretare un brano poco chiaro.
Quanto invece alla traduzione tedesca, gli editori Kish e Ritzenhoff ritengono17 che mentre la base della prima redazione (1520) è stata la traduzione italiana Venezia 1519, per la seconda (1534), invece, l'autore deve avere consultato anche la traduzione francese nel frattempo uscita. Il che non cambia, nel nostro caso, alcuna prospettiva, giacché entrambe le «fonti» individuate dalle studiose riportano una traduzione «utilità». Ora, se è questa effettivamente la lezione di fronte alla quale si trova Wirsung per ben due volte, dobbiamo constatare che in un primo momento (1520) egli salta questo brano e in un secondo tempo invece (1534) egli opta per l'integrazione di una lunga perifrasi che sembra essere la sua personale interpretazione di una parola non chiara in quel contesto. Altrimenti dobbiamo pensare che egli abbia utilizzato un'altra fonte, diversa da tutte quelle che attualmente conosciamo18.
Ma al di là della più complessa individuazione dei corrispettivi originali spagnoli, nel nostro brano, quel che sembra comune a molte delle traduzioni esaminate è un sostanziale atteggiamento inibito e d'imbarazzo, che nasce da una scarsa comprensione del frammento e che, sul piano operativo, detta scelte via via diverse: dall'astensione all'intervento.
La situazione non cambia, anzi si accentua, se passiamo ad osservare quanto accade nelle moderne traduzioni del testo in altre lingue. Anche in questo caso ho effettuato solo un sondaggio, questa volta limitato alle traduzioni che mi è stato più facile reperire. Trascrivo qui di seguito i risultati di questa ulteriore indagine, pur parziale19.
| Traduzioni in francese: | ||
| - Germond de Lavigne | 1841 | moins blâmable |
| - E. Martinenche | s. d. | [om.] |
| - P. Achard | 1943 | [om.] |
| - P. Heugas (ed. bil.) | 1963 | sa punition moins utile à tous |
| Traduzioni in italiano: | ||
| - Corrado Alvaro | 1943 | [om.] |
| - A. Gasparetti20 | 1958 | e che minore è la sua gravità |
| Traduzioni in inglese: | ||
| - J. M. Cohen | 1964 | since it has less effect |
| M. H. Singleton | 1968 | less, too, its consequence |
| Traduzioni in rumeno: | ||
| - Popescu/Sebastian | 1973 | şi că pedeapsa care i se aplică este mai puţin folositoare mulţimii |
Come si vede, nel caso dei 9 moderni traduttori qui citati, addirittura nessuno traduce con un esatto corrispondente della parola utilidad, che pure ha dinnanzi. Si hanno solo due casi di conservazione di un significato «utilità» (il francese di Heugas e il rumeno) subito precisato, però, in entrambi i casi, da una duplice integrazione: nel primo, meno utile [a tutti] è [la punizione], e nel secondo, meno utile [alla folla] è [la pena che si applica]. Altrimenti, si hanno quattro casi di modificazione del lemma originario, di cui tre orientati nella stessa direzione semantica (Gasparetti: «gravità»; Cohen: «effetto»; Singleton: «conseguenza») e uno invece in una linea più indipendente (Germond de Lavigne: «biasimevole»). Per finire poi coi tre casi d'omissione, omologhi a quelli delle traduzioni antiche. Dunque l'inibizione, modernamente, è ben maggiore da parte dei traduttori di fronte a questo brano, ed è in proporzione più diffuso il ricorso a termini o perifrasi che significhino latamente una «penalità» [del delitto] anziché una sua «utilità».
Quanto Fin qui si è detto dimostra, credo ampiamente, come il significato della lezione utilidad non sia del tutto ovvio agli occhi di più lettori (tanto editori come traduttori), disseminati in un lungo arco di secoli e dislocati nei più diversi punti geografici. E credo anche sia giunto il momento di tentare per parte nostra un'interpretazione tanto della lezione come del contesto immediato che la accoglie.
Anzitutto va chiarito, nel contesto, più di un riferimento alla legislazione antica. L'ultima frase, ad esempio, è una delle tante citazioni direttamente tratte dai manuali di Diritto Romano che Rojas possedeva nella propria biblioteca21. Si tratta, più di preciso, di una citazione di Ulpiano, individuata dall'anonimo commentarista della Celestina manoscritta (Bibl. Nac. Madrid, Ms. 17.631, fol. 179 v.22) il quale, a proposito del nostro brano, adduce un gran numero di annotazioni di tipo giuridico cui più avanti faremo ampio riferimento:
|
LC: «menos yerro no condenar los malhechores que punir los innocentes» Ulp.: «Satius emin esse, ait Vlpianus (1.5 ff. de poen.), relinqui facinus nocentis impunitum quam innocentem damnari»23 |
Dunque non si tratta, come sembra invece volerci dire il testo, di una citazione direttamente estrapolata dalla legislazione greca, che era peraltro improbabile che Rojas potesse conoscere di prima mano, secondo l'opinione di molti specialisti24: si ritiene, piuttosto, che il riferimento alle leggi d'Atene sia stato più verosimilmente tratto da Rojas da una di quelle tante antologie di massime greche (ma redatte in latino) che a quell'epoca in Spagna erano di ampia circolazione25. A conferma, nel brano, su queste leggi non si scende a troppi dettagli e ci si mantiene piuttosto nei limiti di un riferimento vago. L'unica nota aggiuntiva, che allude al fatto d'esser le leggi scritte col sangue, era di vasta notorietà nella tradizione classica: si sta parlando infatti delle leggi di Dracone, tanto severe secondo la leggenda da applicare un'unica pena (la morte) a qualsiasi tipo di infrazione (omnium flagitiorum una poena mors)26, e al punto da passare alla storia come leggi sanguinarie, o scritte col sangue (diceva infatti Diomede che sanguine Draconem non atramento leges scripsisse)27. Ma la fama di crudeltà delle leggi di Dracone in realtà è sproporzionata: il poco della sua opera che ci è pervenuto (solo qualche frammento e neanche di sicura attribuzione) non è di un rigore esagerato, ed è probabile che si limitasse a riflettere gli usi coevi e i vigenti sistemi repressivi.
Quindi Dracone è stato ingiustamente accusato di severità eccessiva: ed è questa l'opinione di Calisto, che dice infatti che non è vero che le leggi d'Atene erano scritte col sangue (perché non erano poi tanto severe). La costruzione sintattica stessa che accoglie la negazione (no son escritas... antes muestran, «non sono scritte... piuttosto dimostrano») sembra dar ragione a questa nostra interpretazione, che è confortata anche da quella di Sedeño, (las quales como son buenas / con sangre no son escritas) e da quella di alcuni interpreti moderni del testo che intendono antes nel senso di «ma anzi» (Gasparetti), «al contrario» (Caselles), «perché» (Corrado Alvaro), ecc. Dobbiamo quindi dissentire dall'opinione di Marciales, secondo cui la negazione no son escritas con sangre (per il solo fatto di contraddire una notarella erudita piuttosto diffusa) rappresenta una «errata tan burda y tan emmendable» che si è mantenuta «con cacográfica devoción» fino al giorno d'oggi.
Un ulteriore chiarimento è necessario, nel contesto, sulla duplice distinzione tra publico e priuado che si stabilisce a proposito di delinquente e di delicto, poco prima della lezione utilidad. Anche queste espressioni, a dire il vero, sono state interpretate nel modo più vario e libero dai lettori del testo d'ogni epoca. Più in particolare, il delitto «pubblico» e «privato», come risulta dall'annessa Tavola 2, è stato inteso nel senso di «delitto commesso da un pubblico ufficiale» vs «delitto commesso da un privato cittadino», oppure di «delitto che lede l'intero pubblico» vs «delitto che lede solo un privato», o ancora di «delitto manifesto» vs «delitto segreto»28, e così via . Ma fatta eccezione per Barth, l'autore della traduzione latina (cfr. Tav. 2), nessuno sembra alludere al senso che la distinzione aveva nelle fonti giuridiche dell'antichità, cui invece ci rimanda, da un lato, il testo stesso (anche se non con troppa chiarezza) e, dall'altro, il commentarista
| Tu eres publico delinquente y mataste | a los que son priuados y pues sabe | que menor delicto | es el priuado | que el publico | menor su vtilidad |
| it. 1506 publico delinquente | quelli che son priuati | minor delitto | il priuato | che il publico | et minor sua utilita |
| td. 1520 offner schacher | die darub darin du auch schuldig bist | - | - | - | - |
| Interl. | - | - | - | - | - |
| fr. 1527 publicque delinquet | ceulx qui estoient priuez | moidre delict | le priue | que le public | mineur son vtilite |
| td. 1534 offentlicher schacher | die so haimlich gesündigt haben eben vm disB dz alle tag begest | das vil traglicher ist ein misBgriff | eyner sondern person | dañ der so in eym gwalt wie du ist | so werest on zweyfel gmecher gefare |
| Sedeño publico maluado | al que es priuado / por algun secreto enojo | es mayor delito | el publico | que el priuado | No merescian ellos penas/tan asperas y malditas |
| fr. 1578 | - | - | - | - | - |
| in. 1598 publicke delinquent | those that were priuate Offendors | in lesse | a priuate faulte | then a publicke | and lesse the inconvenience and daunger of therof |
| lt. 1624 publice poenae obnoxius | qui privati juris erant | pejus delictum | priuato | esse publicu | minus illius detrimentu |
| fr. 1633 malfacteur public | ceux qui sont particuliers | est moindre | le crime particulier | que le public | sa qualite en est moindre |
| fr. 1841 criminel aux yeux de tous | des gens qui ne son coulpables que d'un délit privé | est moindre | cette dernière faute | que le d. public | et moins blâmable |
| fr. s.d. | - | - | - | - | - |
| fr. 1943 | - | - | - | - | - |
| fr. 1963 délinquant public | les auteurs d'un délit privé | est moindre | le délit privé | que le d. public | sa punition moins utile à tous |
| in. 1964 you proclaimed your sins in public | men who concealed theirs | less heinous | a secret crime | than a public one | since it has less effect |
| in. 1968 enemy of the public | those who had done only wrongs to persons | is of less gravity | a crime against a person | than one against the whole public | less, too, its consequence |
| it. 1943 criminale publico | chi lo era in privato | è minore | il d. privato | di quello pubblico | - |
| it. 1958 pubblico criminale | i criminali privati | minor delitto | è quello privato | che non quello pubblico | e che minore è la sua gravità |
| rum. 1973 măufăcator public | cei care sînt doar niste măufăcatori privati | mai puţin important | delictul privat | decît cel public | şi că pedeapsa care i se aplică este mai puţin folositoare mulţimii |
| Caselles 1975 público delincuente | los que nadie sabía que lo eran | es menor | el delito no descubierto | que el público | menor su entidad |
anonimo della Celestina, che aveva una certa dimestichezza con la manualistica legale allora in uso.
Infatti, in Grecia prima e a Roma dopo (ove peraltro riceve una formulazione più ampia ed organica nel Corpus Iuris Civilis o Codice di Giustiniano), esisteva la distinzione tra delitto pubblico (=crimen) e privato (=delictum: ma più tardi delictum designò entrambi29). La distinzione non si basa né sulla natura del delitto commesso né sulla natura della pena applicata, ma piuttosto sul modo di perseguire i colpevoli, vale a dire sulla competenza del tribunale repressivo. Stando a questo principio, si chiama delitto pubblico la lesione di un diritto (sia pubblico sia privato) che dà luogo a un'azione pubblica, un pubblico processo portato davanti al popolo (publicum iudicium) che si attiene alle forme del processo pubblico ordinario. Nel caso di un delitto pubblico, ogni cittadino può diventare l'accusatore («publica delicta sunt quorum prosecutio est permissa cuilibet de populo»30 ) e le punizioni possono essere varie: dalla pena capitale all'esilio e sanzioni d'altro genere.
Si chiamano invece delitti privati quelle infrazioni che non danno luogo ad un'accusa aperta a tutti ma sono perseguite direttamente dal cittadino leso, secondo le forme del processo cosiddetto «privato» («privata delicta dicuntur quae civiliter tractantur»31). I delitti perseguibili per iniziativa privata, nel diritto romano32, sono in tutto quattro: il furto (furtum), la rapina (bona vi rapta), l'ingiuria (iniuria) e il danneggiamento (damnum iniuria datum, represso dalla Lex Aquilia de damno, Digesto, IX, 2). Quest'ultimo in particolare prevede anche il danneggiamento fisico dello schiavo, inflitto corpo a corpo e provocante ferite, mutilazioni e persino la morte. In caso di delitti privati, le pene, il più delle volte, consistevano in indennizzi o condanne pecuniarie a favore della parte lesa, ed erano proporzionali al danno arrecato, secondo la legge del talione e secondo quanto stabilito da una apposita actio aestimatoria, che valutava, in termini quantitativi, l 'entità dell'offesa.
Quest'antica distinzione tra delitto [e delinquente] pubblico e privato sembra addirsi al nostro caso, alle parole di Calisto, che pare quindi volerci dire che:
- quello dei suoi servi è un delitto di poco conto (danneggiamento), perseguibile direttamente dalla parte lesa (in questo caso gli eredi di Celestina) e punibile in una forma più blanda (e cioè con risarcimento);
- quello del giudice, invece, è un delitto di maggior rilievo che merita un'azione pubblica, un pubblico processo, e che deve avere, di conseguenza, una punizione più grave.
Fra i capi d'accusa al giudice, quello personalissimo e già ricordato di non essersi mostrato riconoscente nei suoi confronti, non concedendogli la sperata impunità; ma pure quello di aver giustiziato «ingiustamente» anche l'altro servo, Pármeno, agli occhi di Calisto non colpevole (almeno in questa fase del discorso33). E infine l'accusa di avere addirittura «ucciso» i servi, entrambi assimilati, ormai, ad «innocenti» ingiustamente puniti da un giudice «ingiusto» come lui: il termine che Calisto usa, in prima istanza, è mataste (e non ad esempio ejecutaste), rafforzato dalla frase successiva «¡O quan peligroso es seguir justa causa delante injusto juez!».
Insomma, Calisto sembrerebbe voler dire che il delitto del giudice è «maggiore» e, come tale, merita un processo pubblico: a questo tipo di processo egli sembra infatti alludere quando rimette il suo castigo a tribunali superiori (Pues mira, si mal has hecho, que ay sindicado en el cielo y en la tierra) o quando dichiara il giudice colpevole davanti a Dio e al re, e nemico a se stesso (assi que a Dios y al rey seras reo, y a mi capital enemigo)34. Quello dei servi, invece, è un delitto tutto sommato «minore» per il quale è stata applicata una pena eccessiva (mataste... justa causa... este excesso de mis criados, ecc.). E in questo senso, infatti, interpretano sia il traduttore tedesco nella versione del 1534 sia Sedeño, che peraltro era un giurista.
Ora, in questo contesto di innocenti ingiustamente puniti, di delitti «minori» (la cui punizione è stata eccessiva) e di delitti implicitamente «maggiori», non è ben chiaro quale possa essere il senso della parola utilidad, riferita a delitto, la quale inoltre deve essere «minore», perché «minore» viene definito il delitto privato cui essa si riferisce.
Va detto subito che la ricerca su fonti giuridiche romane della parola vtilitas ha dato, per ora, risultati negativi: non ho infatti mai riscontrato, tramite i vari registri, indici e glossari fin qui consultati, un'espressione equivalente a utilità del delitto35. Ho trovato invece più volte l'utilità della punizione, come si vedrà più avanti, nonché altre ricorrenze del concetto di utilità (mai però in contesti in cui si parlasse di delitto: utilità del diritto, utilità pubblica, actio utilis, e così via36). Dunque, nel nostro brano, la lezione utilidad riferita a delitto non sembra spiegabile sulla base di un'accezione tecnico-giuridica romana (o antica in genere), nonostante il rinvio del testo a fonti giuridiche dell'antichità. Resta la possibilità d'altre accezioni, che ora sarà il caso di esaminare.
L'accezione più corrente della parola non sembra proprio addirsi al nostro caso perché implicherebbe una valorizzazione del delitto anziché la sua più logica condanna37. Infatti, nel contesto in cui ci troviamo, questa accezione verrebbe a contraddire il senso globale del discorso di Calisto: se è «minore» l'utilità del delitto dei suoi servi, è automaticamente «maggiore» l'utilità del delitto del giudice. Il che non è possibile nell'ambito dell'accusa che Calisto, ora, sta intensificando. È come se egli dicesse: «ingrato, delinquente, mi hai ucciso i servi, e dunque ciò che hai fatto è [tanto più] utile». Francamente, non avrebbe senso. Un'ulteriore contraddizione si avrebbe anche nel contesto immediatamente successivo, specie con l'espressione segun disponen las leyes. Ora, le leggi non possono «disporre» (o prevedere) utilità, bensì pene, sanzioni, punizioni, e via dicendo.
Poco pertinenti al nostro caso risultano anche le altre possibili accezioni del lemma, che prendiamo in considerazione nel tentativo di salvare la lezione più antica e di non dovere optare per la proposta di un emendamento.
Tra le accezioni più vetuste ritroviamo quelle (registrate sia dal Du Cange sia dal Minus) di «magnitudo», «grandezza» [d'animo], «valore», strettamente connesse al senso di «titolo onorario» che la parola vtilitas aveva in mediolatino, specie in certi brani di Gregorio di Tours (sec. VI: 538-59438). Tuttavia pare poco probabile che queste accezioni del mediolatino vtilitas siano applicabili tout court anche allo sp. utilidad nonché al nostro caso in particolare. Anzitutto in nessuno dei dizionari ispanistici d'uso più corrente (storici, etimologici e altro) risultano mai registrati significati affini a questi per la voce utilidad. In secondo luogo andrebbe accertato il grado di diffusione dell'opera di Gregorio di Tours (o di eventuali altre fonti mediolatine) a tanti secoli di distanza in terra iberica, nel caso si volesse dimostrare che Rojas poteva attingere direttamente un accezione come questa per poi applicarla, quale unica attestazione con questo particolare significato, a questo caso soltanto della Celestina (nel testo infatti le altre due ricorrenze di utilidad sono in tutt'altro senso). Queste accezioni, comunque, nel nostro brano, conducono a una ridondanza dell'informazione: «minore è il delitto privato... minore è la sua grandezza». Dunque a una tautologia che non vorremmo attribuire all'autore, sempre molto attento alla concatenazione logica specie in casi, analoghi a questo, di correlazioni fra mayor e menor39.
Tra le accezioni castigliane del termine utilidad ritroviamo anche quella di «profitto», «beneficio economico», «guadagno», che pure aveva vtilitas in epoca classica40. Ed è un'accezione, questa, che la parola presenta anche all' interno della Celestina, almeno in una delle altre due occasioni in cui ricorre41. Questa accezione potrebbe pure calzare al caso nostro, giacché le pene previste dalle leggi romane in caso di delitti privati consistevano, come si è detto, in indennizzi e condanne pecuniarie rese a favore della parte lesa, che riceveva così un «utile» dalla pendenza. L'utilità del delitto, nel nostro brano, potrebbe pertanto essere, paradossalmente, quella del risarcimento o del tornaconto che da un delitto avrebbe potuto trarre la vittima (o gli eredi di questa). Ma a dire il vero nel discorso di Calisto non è ben chiaro di chi dovrebbe essere questa supposta «utilità», o profitto: se degli eredi di Celestina, come voleva la prassi (e in tal caso non si capisce cosa importi a Calisto che questa «utilità» sia «minore») o se sua personale, in qualità di padrone e parte lesa, che poteva anche richiedere un risarcimento. Ora, quest'ultima possibilità d'interpretazione non si addice affatto a un personaggio come Calisto, che non pensa mai agli «utili» suoi personali nel corso dei suoi numerosi interventi all'interno dell'opera. Se mai pensa al danaro, si tratta di quello che gli serve per pagare le varie prestazioni che egli stesso ha richiesto e messo in movimento. Dunque il danaro lo dà, non lo riceve, né si preoccupa mai di procurarsene (perché di fatto lo possiede e non gli serve42).
Un'ultima possibilità di interpretazione della lezione utilidad è quella che alla parola o al brano manchi qualcosa: un lemma caduto o non copiato fin dall'archetipo della Tragicomedia (lacuna poi trasmessa alla tradizione testuale primitiva) oppure ancora che l'autore stesso abbia effettuato un brusco «salto» concettuale, intenzionalmente, o magari solo per svista. Supponiamo che, in una specie di sillogismo organizzato all'incirca in questo modo
a) il delitto è punibile
b) la punizione del delitto è esemplare alla società ed è utile al bene pubblico.
c) [la punizione del] delitto è utile.
l'autore, enunciando direttamente l'utilità del delitto (punto c) abbia saltato tutti i passaggi precedenti per giungere direttamente alla conclusione. Questa spiegazione, che a me pare forzata e per niente ovvia, è quella fornita in proposito, dall'anonimo commentarista della Celestina manoscritta, in una maniera peraltro ancora più contorta:
|
y menor su utilidad. esso dize porq la republica recibe gran provecho q los delictos se castigue y ansi enello pretende mucho interesse como se prueva en el c.vt fame de snia excoi, y en la l.ita vulnerat. ff ad lege aequi. y ansi como de menor delicto q es el priuado q el publico recibe menos utilidad q si fuesse publico el delicto. |
Di solito il commentarista non discute la congruenza del testo che ha davanti, di cui accetta tutto, comprese le corruttele testuali, che cerca di spiegare a tutti i costi43 e di corredare comunque di un gran numero di fonti, per lo più pertinenti. Nel nostro caso le fonti a cui rimanda sono due, entrambe giuridiche, di cui una (nota peraltro a Rojas) effettivamente parla dell'utilità pubblica della punizione di un delitto, e dunque dello scopo educativo della pena, intesa come qualcosa di socialmente utile per l'ammaestramento sociale che comporta (secondo il noto principio unum castigabis et centauri emendabis)44.
L'ipotesi del «salto» concettuale commesso dall'autore ci induce naturalmente a conservare al brano la lezione utilidad, purché corredata da una opportuna nota esplicativa.
L'ipotesi invece della parola «saltata» in fase di copia ci autorizza piuttosto a integrare alla lezione utilidad una qualche ulteriore specificazione: utilità [della punizione], [del castigo], utile [al popolo], [alla gente], o altro. Ed è in fondo la soluzione che abbiamo visto adottare da almeno un paio di moderni traduttori del brano.
Ma esiste anche la possibilità che ci troviamo di fronte ad un errore, a una «errata evidente» come riteneva Marciales, a una corruttela d'origine paleografica verificatasi già a livello d'archetipo della Tragicomedia e poi trasmessasi ai testimoni primitivi. E noto infatti, come si diceva in apertura, che nella Celestina sono molti i «punti oscuri» e gli errori d'archetipo comuni a tutta la tradizione (a volte poi corretti per congettura).
Inoltre nel nostro brano è facile che si possa incorrere in errore; siamo proprio all'inizio di una lunga interpolazione che giunge in, tipografia sicuramente manoscritta. Un'ipotesi di Herriott vuole che Rojas per la seconda redazione abbia lavorato su un esemplare già stampato del testo in 16 atti, apportandovi direttamente a mano modifiche, note marginali, tagli e aggiunte. In caso di interpolazioni più cospicue, come è quello dei 5 atti che ora ci interessa, si suppone l'inserimento, nell'esemplare, di fogli sciolti manoscritti contenenti la porzione di testo corrispondente. Dunque il tipografo che per primo pubblica la rinnovata redazione della Celestina si trova a lavorare con un testo in parte a stampa, in parte manoscritto che gli arreca forse maggiori difficoltà di lettura. Le difficoltà peraltro aumentano, nel nostro brano in particolare, per il livello arduo del linguaggio. Il monologo è fitto di latinismi, di prime attestazioni nella lingua, di termini giuridici, di citazioni astruse e di nomi incomprensibili. Il tutto è manoscritto, forse un po' in disordine, forse solo rapidamente appuntato o forse anche abbondantemente intriso di quelle tante forme abbreviate della scrittura che periodicamente venivano proibite per i troppi fraintendimenti testuali che provocavano (specie in opere di diritto45).
L'ipotesi dell'errore è confortata anche dall'usus scribendi, sempre che di «usus scribendi» si possa parlare nel caso della Celestina. Anche nell'eventualità peggiore, quella di tre autori diversi (atto I / atti II-XVI / interpolazioni) riscontriamo comunque che vicino a parole come delito, delinquente, crimen, yerro risultano di regola affiancati termini dal significato puntualmente negativo: condenar, castigar, culpar, punir, e ancora culpa, pena, punicion, sentencia, e simili. Mai, naturalmente, utilidad (che ricorre piuttosto in contesti d'altro genere46), e neanche parole di segno positivo47.
È probabile che l'errore sia stato di lettura nell'originale manoscritto. Marciales, come si è visto, ha creduto di individuarne la genesi:
qualidad → cualidad → ucalidad → utilidad
Tuttavia, dobbiamo dissentire nuovamente dalla sua opinione. Anzitutto andrebbe documentata la grafia cua[lidad] in un'epoca in cui era diffusa la grafia più arcaica qua[lidad]. Nella Celestina stessa, ad esempio, nessuna voce risulta registrata con grafia cua- (o un omologo cuo-) nelle concordanze del testo di Burgos 1499 e neanche in quelle del testo di Zaragoza 150748. In secondo luogo, quand'anche se ne riscontrasse un'attestazione, non bisogna dimenticare che (q)cualidad era una parola d'uso più che mai corrente all'epoca, non quindi una lezione difficilior tale da provocare fraintendimento e corruttela. Marciales, attirato forse dalla presenza della variante nella tradizione seriore, ha ritenuto tout court trattarsi della lezione originale, anziché di un molto più probabile emendamento congetturale, tipico peraltro degli anni '70 del secolo XVI49.
Non resta che formulare qualche ulteriore ipotesi e pensare a una lectio difficilior in grado di causare la banalizzazione utilidad.
Il contesto, come si è visto, richiede un termine che significhi una condanna del delitto. E nel contempo un termine che abbia nel proprio corpo grafico una terminazione in -dad (o in -ilidad) e una sequenza vocalica - u i i a -. Si può allora pensare a parole come culpabilidad, nocividad o al suo arcaico nuzividad, ancora più vicino alla nostra lezione. Tuttavia questi erano termini ampiamente diffusi nel linguaggio corrente di quell'epoca e quindi difficilmente avrebbero causato grossi fraintendimenti.
Lezioni invece difficiliores consone al contesto potrebbero essere imputabilidad e punibilidad, entrambe giuridiche. La prima, attestata solo modernamente (ma c'è imputar già nel 144050), sembra una parola troppo lunga in rapporto a utilidad, e in più avrebbe una a di cui giustificare la presenza.
La seconda è una lezione che a nostro avviso merita maggiore attenzione.
Si tratta, a dire il vero, di una parola assente dai più correnti dizionari ispanistici di tipo linguistico-filologico (storici, etimologici, accademico-enciclopedici, ecc.51), e tuttavia d'uso corrente nello spagnolo moderno già da diversi anni52, al punto da risultare già registrata nei più specifici dizionari giuridici di recente pubblicazione53.
Anche se si tratta di una lezione che gli strumenti a noi noti non documentano per il castigliano antico e che nel nostro caso verrebbe prospettata come una prima attestazione nella lingua, essa ci pare tuttavia proponibile sulla base di una serie di considerazioni.
Anzitutto non è da scartare l'ipotesi che la parola fosse usuale, come termine tecnico, pure fra i giuristi dell'epoca di Rojas. Da un punto di vista storico-linguistico, è peraltro plausibile la sua neoformazione già in quel periodo: esiste infatti in ogni sistema linguistico la possibilità di creare nuovi termini per formazione analogica sulla base di paradigmi già esistenti e ormai stabilizzati, e nello spagnolo dell'epoca una parola come punibilidad (<punible <punir) poteva formarsi per analogia con tanti altri sostantivi di identica derivazione ampiamente diffusi e registrati in Autoridades [1727] e, prima ancora, documentati nel secolo XV (horribilidad già in Hernando de Talavera54).
D'altro canto, quand'anche non fosse risultata già diffusa punibilidad è una parola che verosimilmente avrebbe potuto essere coniata da un giurista come Rojas, sempre incline peraltro a formare neologismi e a introdurre cultismi e «primizie» nella lingua55.
La lezione da noi sostenuta riceve inoltre conforto da considerazioni sia paleografiche sia d'usus scribendi. Infatti si può pensare a una sua veste grafica pluriabbreviata (non si dimentichi l'eccesso d'abbreviature giuridiche), con ad esempio una n compendiata sulla u, seguita da abbreviazione del gruppo -bil- (spesso una l con segno sovrapposto56, somigliante a t: l˜ o l' ), ecc. [= puilrdad].
D'altro canto nella Celestina sono molti i termini giuridici di una certa difficoltà, che a volte sembrano tratti direttamente dal latino e inseriti nel contesto. La Tragicomedia dal canto suo intensifica il lessico giuridico, apportando un gran numero di lemmi nuovi rispetto al testo in 16 atti, come si rileva dalle concordanze. Nello stesso Monologo, ad esempio, si riscontrano parole come sindicado, reo, tribunicia, constitucion, ecc., tutte inserite per la prima volta nella seconda redazione accanto alla voce punir, pure introdotta in un secondo tempo e che ricorre in prossimità del nostro brano.
Il contesto immediato d'altra parte, sembra richiedere proprio una lezione come questa appena ipotizzata: una delle frasi immediatamente successive, che vuole essere una glossa di quanto appena detto, afferma:
|
es menos yerro no condenar los malhechores que punir los innocentes |
Non dimentichiamo, infine, che un significato come questo sembra soggiacere alle due interpretazioni antiche del testo che più si allontanano dalle rimanenti (lezioni e traduzioni): quella della seconda traduzione tedesca e quella della versione in metro di Sedeño. Nei due casi, come si è visto, si sostiene che il delitto dei servi di Calisto è stato punito in modo eccessivo (rispettivamente: «così avresti senza dubbio più blandamente proceduto», Wirsung, e «No merescian ellos penas / tan [a]speras y malditas», Sedeño). Nei due casi, quindi, il concetto implicito è che a un delitto «privato» e «minore» debba corrispondere un grado «minore» di punibilità. Ora, questa interpretazione comune ad entrambi i lettori e così lontana dalle rimanenti lezioni e traduzioni antiche che abbiamo visto merita, credo, tutta la nostra attenzione. Non è da escludere che entrambi gli interpreti possano aver risolto indipendentemente, ciascuno per propria congettura, la difficoltà del brano, venendo poi a coincidere nel risultato finale. Né è da scartare che Sedeño (1540) possa aver visto la traduzione tedesca (1534) e averne tratto direttamente lo spunto per l'interpretazione. Ma è anche possibile che questa coincidenza nella soluzione testuale sia dovuta al fatto che Wirsung e Sedeño, nei corrispettivi originali, abbiano avuto una lezione comune e diversa da tutte quelle che attualmente conosciamo. Questa lezione, verosimilmente, potrebbe essere stata punibilidad, necessaria e consona al contesto, lectio difficilior in grado di creare corruttela e del tutto ascrivibile, come termine tecnico, a un giurista come Fernando de Rojas.
In conclusione, tutte le considerazioni fatte fin qui e soprattutto l'usus scribendi dell'autore (che altrove a «delitto» affianca punicion, punir), le sue ben note capacità creative sul linguaggio, e non da ultimo la natura giuridica del contesto rendono plausibile che egli abbia coniato questo vocabolo (oppure attinto a un patrimonio lessicografico legale poco noto a noi) e ci autorizzano, credo, a proporre l'emendamento di una lezione fin troppe volte ristampata in modo acritico.
